Lo sguardo gentile della speranza

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Don Bosco e Maria Domenica Mazzarello sono stati instancabili promotori della speranza quella che si nutre di fede, di amore e di azione concreta. La loro speranza non era una semplice attesa di tempi migliori, ma una forza attiva che li spingeva a creare un ambiente in cui ragazzi e ragazze potessero crescere con dignità e valori. Credevano fermamente che ogni giovane avesse in sé una scintilla di bontà e di talento da sviluppare. Questa convinzione li ha portati a diffondere nel mondo speranza e amore attraverso l'educazione e il sostegno ai più bisognosi. La loro fiducia nell'educazione e nel lavoro come strumenti di riscatto è ancora oggi un modello per chi crede nel potere della speranza.

La speranza non è un’illusione, ma una scelta. È credere nelle possibilità di cambiamento e lavorare ogni giorno per costruire un mondo migliore.

“Coraggio! La speranza ci sorregga, quando la pazienza vorrebbe mancarci”. La speranza ha spinto Don Bosco a sognare in grande, trasformando difficoltà apparentemente insormontabili in opportunità per costruire il futuro.

La speranza è la virtù teologale che ci orienta verso il futuro con fiducia e gioia. Non è semplice ottimismo, ma una profonda certezza che Dio è con noi e guida il nostro cammino, anche nei momenti di difficoltà. La parola “speranza” deriva dal latino spes, che significa “aspettativa fiduciosa”. La speranza non ignora i problemi della vita, ma li affronta con la consapevolezza che tutto può essere superato uniti a Dio. La speranza non è arrogante, è gentile.

Speranza e gentilezza 

Di fronte all’arroganza di oggi e alla violenza la gentilezza è una provocazione imprescindibile perché crea appartenenza, consenso e identità in base alla capacità di prendersi cura degli altri. La gentilezza è contagiosa.

La scienza ha definito questo fatto ripple effect (effetto a catena), dimostrando che non solo fare o ricevere un atto di gentilezza, ma anche semplicemente vedere una persona gentile in azione stimola nel nostro corpo la produzione dei neuromodulatori collegati al piacere, al benessere e all’amore. Ogni volta che assistiamo a un gesto gentile il nostro cervello risponde attivando le aree legate alla motivazione e alla connessione sociale. E questo genera una reazione a catena che rende l’ambiente più solidale e cooperativo. Chi coltiva quotidianamente la gentilezza vive più a lungo.

«Non è una strategia diplomatica», né «un comportamento formale da seguire per garantire l’armonia sociale o per ottenere vantaggi» (Papa Francesco). Essa è «una forma di amore che apre i cuori all’accoglienza ed aiuta tutti a diventare più umili», ovvero capaci di quell’umiltà che «predispone al dialogo, aiuta a superare le incomprensioni e genera gratitudine» (Papa Francesco). 

Nell’enciclica “Fratelli tutti” si legge che «la gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici». Quando si fa cultura, cioè diventa modo di pensare e comportarsi, «trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee. Facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti».

La gentilezza è la virtù dei forti, la qualità di chi possiede le redini della propria vita tra le mani, il segno che trasmette la capacità di volere il bene dell’altro, la testimonianza di chi è unificato dal senso della propria vita. Essa rimanda alla relazione di Gesù con ciascuno di noi: non si ferma al comportamento esterno ma, come ha fatto con l’adultera, guarda il cuore.

Una presenza lieve, gentile

La gentilezza presuppone anche la capacità di prendersi tempo per l’altro, per andare oltre la fretta delle cose da fare. In questo senso educa a mettere la persona al centro. Strutturiamo spesso il tempo con le cose da fare e questo non ci permette di vedere i percorsi tracciati da Dio, di percepire il ritmo del tempo cadenzato dallo Spirito.

Spirito Santo che ci svela, attraverso la dimensione contemplativa e mistica della vita, ogni persona e il creato da amare, la presenza di Dio in ogni frammento e nella storia.

É urgente fermarci per prendere contatto con la nostra condizione umana: noi non siamo un’idea, un’astrazione, siamo persone concrete, create a immagine e a somiglianza di Dio, capaci di amare senza condizione. Andare incontro all’altro, anche con la preghiera, non è una perdita di tempo, ma è preparare ogni giorno insieme la strada che porta verso la stessa meta.

In questo tempo bisogna mettere al centro la persona reale, concreta, tangibile, per contemplare e mettere a servizio di tutti il dono dell’esistenza ricevuta da Dio nella gratuità come Gesù. L’umanità ha bisogno di persone che ritrovino Dio, che gioiscano della vita, che si coinvolgano con responsabilità e con dignità nella storia del nostro tempo, nella cosa pubblica, superando gli steccati dell’egoismo. 

É giunto il tempo di metterci in ascolto anche dell’avversario, per scoprire il bene che c’è in ogni creatura, condizione che fa accogliere senza distinzione e solo per amore ogni persona amata da Dio. Spinti dall’individualismo, nella rete dei piccoli orizzonti, dimentichiamo che la terra è abitata dallo Spirito che dà vita.

Per vivere di più

L’invito è quello di praticare tre atti di gentilezza al giorno; questo è uno dei migliori investimenti che possiamo fare per la nostra salute.

Il primo atto è rivolto a se stessi: siamo, forse, la persona che maltrattiamo di più in assoluto. 

Il secondo atto è rivolto agli altri. Qualcuno che amiamo o uno sconosciuto oppure e per i più eroici, qualcuno con cui non andiamo per niente d’accordo. Proviamo a rispondere con gentilezza a uno sgarbo.

Il terzo atto è rivolto a piante e animali, per ricordarci che la vita che ci circonda va rispettata e senza di loro non sarebbe possibile la nostra esistenza su questa terra. 

Gentilezza quindi verso tutto il pianeta, per prendercene cura e rammentare che siamo custodi e non sfruttatori. Custodi di luoghi, di persone e del tempo che ci è concesso. Lasciamo che il nostro cuore si faccia casa.

Attenzione … non si tratta di comportamenti formali esteriori, ma di un vero e proprio sentimento interiore di cura, profondo e autentico.

La gentilezza è una forza reale, capace di migliorare la nostra vita e quella degli altri creando un effetto a catena che può trasformare intere comunità. Non servono gesti straordinari, bastano piccoli atti, come un sorriso, un ringraziamento o una parola di incoraggiamento. 

Il manifesto della gentilezza

Noi crediamo che in un mondo che tende alla disumanizzazione, abbiamo più che mai bisogno di gentilezza. Verso noi stessi, gli altri, il pianeta.

Noi crediamo che essere gentili voglia dire essere rispettosi nei confronti di tutto quello che ci circonda: persone, animali, ambiente.

Noi siamo convinti che l’era dell’aggressività e del “ciascuno per sé” sia tramontata.

Noi crediamo che sia arrivato il momento di affrontare la vita con più dolcezza, più comprensione, più attenzione.

Noi crediamo che essere gentili significhi essere parte attiva di un processo di miglioramento dell’esistenza di tutti.

Noi crediamo che la gentilezza sia una forza interiore e una forma alta di intelligenza.

Noi crediamo che la gentilezza sia una capacità e che come tale si possa apprendere.

Noi crediamo che la gentilezza sia contagiosa e, di conseguenza, trasmissibile.

Noi siamo convinti che la gentilezza debba concretizzarsi in piccole azioni.

Noi crediamo che tanti piccoli atti di gentilezza cambieranno il mondo.

Alla scuola dei testimoni della speranza: Madelein Delbrêl

Una lezione di speranza

[Quello che mi stupisce, dice Dio, è la speranza. Non me ne capacito.

Questa piccola speranza che ha l’aria di una cosina da nulla.

Questa speranza bambina. Immortale. (…) Questa bambina insignificante. (…)

È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa (Charles Péguy)]

A Péguy noi domanderemo una lezione di speranza. Parecchie volte, molte volte, abbiamo dovuto ammettere che il servizio sociale è un riadattamento continuo.

La speranza è la molla di questo riadattamento, perché la speranza è la giovinezza dello spirito. 

Vediamo un po’ come possiamo mancare di questa speranza.

Credersi finiti, è mancare di speranza. Siamo continuamente ingranditi, ogni minuto ci modifica e ci accresce. I nostri atti si aggiungono a noi; i nostri incontri ci arricchiscono. Tutti gli esseri che incontriamo hanno qualcosa da donarci e ciascuno di loro ha qualcosa da ricever da noi.

Credersi arrivati da qualche parte, è mancare di speranza. Abbiamo la fortuna che vivere è andare continuamente verso qualcosa. Perché abbiamo logorato le orecchie con la malinconia delle partenze? Non è partire che è triste, perché partire è tanto lasciare quanto raggiungere. È arrivare che sarebbe triste, arrivare, sedersi, avere finito con la gioia della scoperta.

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