Tra le 33 suore disponibili c’eravamo anche noi che, quando abbiamo considerato la storia della nostra vocazione missionaria, abbiamo gioito nel vedere le coincidenze divine. Una di noi dice: “Ho sempre sognato di venire in Amazzonia, anche quando l’Ispettoria non aveva ancora preso in considerazione alcuna fondazione. Un’altra racconta che, quando non era ancora FMA, ha letto la vita di Suor Maria Troncatti e ha sentito la chiamata vocazionale missionaria. Una terza dice: “L’obbedienza mi ha sempre condotto in case con un approccio missionario e mi sono sentita felice” e la quarta ci racconta che fin dalla prima comunione, in una casa missionaria delle Lauritas1, ha chiesto al Signore la vocazione e ora, nell’ultima fase della sua vita, ha la grazia di essere in terra di missione.

L’arrivo a Calamar Guaviare
Il vescovo della diocesi di Pereira, monsignor Nelson Jair Cardona Ramírez, ci ha accolto con grande affetto e speranza, con una raccomandazione che Suor Edith Franco, ispettrice del tempo, ci ha prontamente trasmesso: “Abbiate sempre un grande atteggiamento di ascolto. Questa terra, che ha tanto sofferto, ha bisogno di essere ascoltata per poter guarire interiormente. Qui evangelizzare significa ascoltare le storie taciute, cariche di grande dolore”.
Abbiamo iniziato avvicinandoci ai villaggi e avviando l’oratorio, costituendo il gruppo delle donne con il sostegno della CRC (Conferenza dei Religiosi della Colombia) formando alla tenerezza e alle arti manuali, suscitando la gioia nei bambini con la nostra presenza, i giochi e i dolci. Ma non solo, abbiamo visitato le famiglie invitando i bambini all’oratorio e gli adulti in chiesa per la preparazione ai sacramenti; siamo sempre state accolte con gentilezza dalle persone che, in momenti diversi, hanno riconosciuto l’aria di speranza che ora respirano e che anche noi sentiamo quando per strada i bambini ci corrono incontro per abbracciarci e gli anziani ci salutano. Una volta, quando dovevamo andare a Bogotá, ci hanno visto prendere i mezzi di trasporto pubblico e ci hanno detto: “Ve ne andate? Non ci lasciate!”.

Un nuovo modo di evangelizzare
Chi non conosce Calamar e sa della nostra presenza qui, avendoci sempre visto nelle scuole, ci chiede: «E voi cosa fate lì?». Si tratta di un cambiamento radicale nel modo di evangelizzare, nel modo di stare con le persone, nel modo di stare tra noi e nella nostra casa. Abbiamo un unico programma: evangelizzare ascoltando e ascoltare evangelizzando, per la strada, nelle case, sui marciapiedi, nel negozio dove facciamo la spesa, al pronto soccorso quando andiamo a trovare qualcuno, nell’officina dove portiamo il nostro furgone “el burrito sabanero” (l’asinello della savana), come abbiamo iniziato a chiamarlo durante un “avventuroso” viaggio con la Vita Consacrata della Diocesi. El burrito sabanero aveva deciso di non camminare più e insieme abbiamo dovuto spingerlo per ritornare in comunità.
Quando usciamo di casa, la Direttrice ci dice: “Padre, Figlio e Spirito Santo”, per indicare che usciamo per vivere l’Intimità Itinerante, per trovare la “pecora” che non è tornata all’Eucaristia, la pecora che non si è ancora sposata, per salutare e invitare il gruppo dei giovani, per ringraziare le persone per le arepas2 che ci hanno portato o la carne che ci hanno regalato, per l’acqua potabile per cucinare che non ci fanno mai mancare. E nel frattempo, noi sogniamo il futuro dei bambini, dei giovani. Siamo molto consapevoli della mobilità che vivono a causa della situazione critica dell’ordine pubblico e ci ripetiamo: evangelizzare ascoltando e ascoltare evangelizzando nel qui e ora; non possiamo perdere un’occasione per incontrarli, perché dopo un mese o anche 15 giorni, già non li troveremo più. Con il gruppo delle donne succede che si entusiasmano per i primi laboratori e poi non tornano più, perché hanno trovato lavoro in qualche fattoria, perché qualcosa non è andata bene ed è meglio “andarsene”. Ma questo non ci ha scoraggiate, cerchiamo altre donne e stiamo con loro, facendo esercizio di ascolto, andando incontro a qualche necessità, dando loro speranza e spinta per andare avanti.

Un nuovo sogno
E quando parliamo con loro, riconosciamo il grande bisogno di Dio che ha la gente. Ci siamo rese conto che in ogni quartiere c’è una confessione religiosa, organizzata con la sua chiesa. Sono circa dieci le confessioni religiose che abbiamo a Calamar. Da qui nasce un altro sogno, che abbiamo già iniziato a condividere dal giorno in cui il Comune ha proposto la Marcia di solidarietà con il villaggio di Pueblo Seco, dove sono stati portati via otto dei suoi membri – uno dei quali il Pastore Evangelico – e poco dopo sono stati dati per morti. Quel giorno, i gruppi religiosi ci siamo invitati a vicenda a incontrarci e a iniziare a pregare insieme, ma non ci siamo ancora riusciti. Crediamo che questa sia una difficoltà nell’apostolato con i bambini, perché stanno alcuni giorni all’oratorio e poi non tornano più, perché le mamme non danno loro il permesso.
Tuttavia, possiamo dire che con i bambini non ci sono barriere, siamo noi adulti a frenare l’interculturalità. Calamar è una piccola Colombia, perché ci sono persone provenienti da tutti i quartieri e persino da altri paesi, il che influisce sul senso di appartenenza. Sono pochissime le persone che sono veramente di Calamar, però siamo ottimiste perché vediamo un processo lento ma costante: l’attuale sindaco è un giovane di Calamar e molti dei suoi collaboratori sono nati qui e sono già professionisti. Riconosciamo questi segni di speranza e continuiamo a proporre ai giovani e ai bambini un mondo diverso, perché sta già emergendo una nuova generazione del Guaviare.

Pienamente inserite nel sociale
Lo stile di governo dell’attuale sindaco è molto aperto e partecipativo. Ha invitato tutti a partecipare alle tavole rotonde di pianificazione, senza escludere nessuno. Anche noi partecipiamo nell’area sociale e facciamo parte del Consiglio Consultivo Municipale delle Donne, in qualità di rappresentanti delle donne di fede.
Siamo presenti nelle istituzioni scolastiche, in particolare nella scuola primaria; la suora più anziana della comunità è sempre tra i bambini durante la ricreazione del mattino e del pomeriggio. Non solo, entra in ogni classe e chiede qualche minuto per parlare della Madonna, portare l’immagine di Maria Ausiliatrice, insegnare una strofa di un canto salesiano, tanto che un bambino è tornato a casa felice raccontando alla mamma: “La Madonna è venuta nella mia classe”. Il giorno dopo la mamma ha conosciuto la “Madonna”, una Figlia di Maria Ausiliatrice che trasuda Da Mihi Animas!!! Ed è consapevole della consegna “A te le affido”.
Accompagniamo i sacerdoti alla celebrazione eucaristica nei diversi villaggi, ricordando sempre la raccomandazione fondamentale del vescovo: ascoltare. Le suore conoscono le persone per nome, la loro situazione economica e di salute; ci piace vedere che si avvicinano alla nostra casa con tanta familiarità, per chiedere un po’ d’acqua, per conversare con noi, per chiedere favori, come ad esempio, per ottenere un appuntamento dal medico, perché vivono nei villaggi e hanno difficoltà a raggiungere il paese. Ascoltiamo la lamentela di un bambino che viene a dirci che ha visto un altro bambino rompere il vetro di una finestra, e un altro che bussa alla porta per cercare la “suora che gioca con noi” e dirle: “Di’ a Maria Antonia che mi è caduto un dente”. Viene la signora che sta per partorire un figlio e non ha il necessario per accoglierlo, la signora sulla sedia a rotelle che intercede per un signore di 96 anni che ha una piaga alla gamba e non vuole andare al centro sanitario, ma “sicuramente le suore possono fare qualcosa per lui”… E così molti si avvicinano alla comunità in cerca di qualcosa di diverso, come, per esempio, un consiglio sulla loro situazione matrimoniale che sta andando in frantumi.
Dobbiamo sottolineare che le zone dove vivono gli indigeni sono gestite dalla Comunità delle Lauritas, che si reca sul posto via fiume o via terra e lavora molto bene con loro. Qui a Calamar ci sono alcune famiglie indigene che hanno lasciato le loro comunità di origine e cercano di guadagnarsi da vivere. Ad esempio, la famiglia Embera Chami, che significa “Gente della cordigliera”, sono stati i nostri primi amici, venivano a casa nostra e noi andavamo a casa loro, ci raccontavano della nascita dei bambini, delle loro difficoltà e noi facevamo tutto il possibile per aiutarli. Dopo un anno si sono trasferiti a San José, la capitale, ma continuano a comunicare con la nostra comunità e quando abbiamo qualcosa, gliela portiamo.

Alla ricerca della “tettoia”
Ad un certo punto abbiamo sentito il bisogno di un luogo d’incontro stabile per prenderci cura dei bambini. Lo cercavamo senza trovarlo, ma non per questo abbiamo rinunciato a stare con loro: due giorni alla settimana Suor Cristina, missionaria italiana, riunisce i bambini nel parco del paese e lì gioca con loro. Un altro giorno due suore escono per invitare i bambini del quartiere commerciale, perché si sono rese conto che i bambini escono da scuola e rimangono con i loro genitori nel negozio dove lavorano. Un insegnante ci ha permesso di occupare un locale per radunare questi bambini, fino a quando non lo affitta. Nell’insediamento umano di Nueva Esperanza, il primo anno abbiamo iniziato a incontrare i bambini intorno a una palma, quello era il punto di riferimento, poi le persone dell’insediamento hanno organizzato uno spazio che chiamiamo “la tettoia”.

Semi di speranza
Riconosciamo con umiltà che il seme del carisma è stato piantato e sta già prendendo forma il Centro delle Salesiane Cooperatrici Madre Mazzarello, con cinque aspiranti che hanno completato online il primo ciclo di formazione guidato dal Centro di Bogotá.
La nostra partecipazione alla parrocchia è stata significativa per diversi motivi: il coordinamento e la formazione dei catechisti che stanno portando avanti il corso con l’ESPAC (Scuola Parrocchiale per Catechisti) e quest’anno si diploma il primo gruppo; il sostegno alla liturgia e l’animazione del gruppo giovanile, l’accompagnamento delle famiglie colpite da lutti; la recita del santo rosario nelle famiglie nei mesi di maggio e ottobre.

Il gruppo delle donne è stato molto instabile, data la situazione dell’ordine pubblico. Tuttavia siamo molto contente perché due di loro stanno già realizzando a casa i prodotti che hanno imparato a preparare nei laboratori che hanno frequentato, come il sapone in panetti e liquido, il cocco disidratato e vari tipi di sapone, che vendono nei mercati contadini.
Facciamo parte della diocesi di San José del Guaviare, partecipiamo agli incontri di riflessione e formazione con sacerdoti e membri della Vita Consacrata quattro o cinque volte all’anno. Condividiamo momenti di distensione tra le suore delle tre congregazioni presenti in diocesi, grazie al sostegno del vescovo che ha accompagnato la diocesi per otto anni fino allo scorso dicembre.
Ultimamente, in occasione del Giubileo dei giovani, che consideriamo un successo per la partecipazione di 150 giovani non solo del paese ma anche dei villaggi, ci è stata proposta un’animazione educativo-evangelizzatrice in uno dei villaggi, un po’ isolato e abitato da un gran numero di persone di altre confessioni religiose. Tutto questo ci mantiene in uno stato di entusiasmo e speranza, nonostante la situazione dell’ordine pubblico rimanga delicata, e in nessun momento abbiamo pensato di abbandonare la missione per paura o insicurezza. La gente ci dice con affetto: Oggi Calamar è diversa grazie alla vostra presenza tra noi.


- Istituto religioso femminile delle Missionarie di Maria Immacolata e di Santa Caterina da Siena, comunemente chiamate “Lauritas”, fondate in Colombia da santa Laura Montoya (1874-1949). Le Lauritas sono nate con una forte impronta missionaria, in particolare per l’evangelizzazione e la promozione umana dei popoli indigeni dell’America Latina. Le loro case missionarie sono comunità religiose collocate in zone di missione (spesso rurali, indigene o periferiche), dove le suore vivono insieme e svolgono attività pastorali, educative, sanitarie e sociali a favore delle popolazioni locali. ↩︎
- L’arepa è un tipo di piccola focaccia a base di farina di mais, di forma circolare e semi appiattita, che viene tradizionalmente consumata in molti paesi del Sud America. Può essere guarnita con prosciutto, formaggio, carne, fagioli o uova. ↩︎