Mercoledì, 06 Novembre 2019 20:21

I volti dell’Esodo

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Solò, Dominic, Yuka, Safura, nomi che evocano posti lontani, storie particolari, volti sui quali soffermarsi e lasciarsi interrogare. È enorme la quantità di informazioni e immagini che quotidianamente ci sommergono, volti e storie che pensiamo di conoscere e comprendere. Ma la condivisione di una storia, la percezione del dolore di chi abbandona tutto alla ricerca disperata di un futuro che si immagina diverso e vivibile, è difficile da raggiungere e, forse, più complicato ancora da raccontare.

Chi si mette in viaggio verso un estremo tentativo di vivere, ci fa immergere in ciò che sta in mezzo tra la partenza e l’arrivo (per coloro che ce la fanno) di vicende raccontate con stringatezza, a volte sconcertante. In modo, a tratti assai doloroso, ci spingono a scendere, lentamente, da quelle “torri della civiltà” dalle quali è troppo comodo sbirciare le vite di quegli uomini, quelle donne, quei vecchi e quei bambini che della migrazione hanno intrisa la vita.

Nel deserto, in mare aperto e nei boschi, dai nomi a volte favolosi, tante persone, tanti giovani, ogni giorno, spesso per anni, sfidano la morte. Da anni riempiono Tv e giornali, perché hanno tentato di invertire il corso del loro destino segnato da fame, guerre, violenza, diritti negati; tanti scompaiono, altri naufragano e di tanti fratelli, sorelle, padri e madri si aspettano notizie senza ottenerne.

L’Esodo oggi non prevede sempre il ritorno dei migranti nei loro Paesi. Non per scelta, ma perché le speranze di un riscatto sono lontane. Le periferie delle metropoli sono popolate di migranti e profughi, esse sono una realtà che non si può far sparire. Non si conosce cosa significa per questi migranti prendere una decisione definitiva: lasciarsi tutto alle spalle. Cancellare il proprio passato, non perché si rifiuti, ma perché si sa che non si potrà tornare indietro.

Tanti nostri contemporanei cadono sotto i colpi delle prove della vita, e si trovano soli e abbandonati. E spesso sono trattati come numeri di una statistica. Pensiamo alle migliaia di individui che ogni giorno fuggono da guerre e povertà: prima che numeri, sono volti, persone, nomi e storie. Mai dobbiamo dimenticarlo, specialmente quando la cultura dello scarto emargina, discrimina e sfrutta, minacciando la dignità della persona", scrive Papa Francesco.

Per i milioni di profughi e migranti che si spostano nel mondo, esiste qualcosa che possa dire essere “la loro libertà”? Chi viene da lontano ha un volto e una storia da raccontare. Vale la pena ascoltarli, o guardare un po’ più a fondo per capire meglio che sono volti, persone, nomi e storie.

Volti migranti

33 scatti che ritraggono migranti ospitati nei centri d’accoglienza. La mostra fotografica "Volti migranti", al Centro Urbano di Bologna, permette di volgere il nostro sguardo per vedere una realtà che appare diversa da quella raccontata dai media. Una realtà, fatta di momenti e di quotidianità vissuta sotto ai nostri occhi tutti i giorni.

Non si tratta solo di una raccolta di fotografie, ma di volti di tanti “migranti” che si raccontano in modo diverso da come lo fanno la stampa e la televisione.

Il reportage etno-fotografico, che è stato realizzato dai giovani del Corso di Laurea Specialistica in Scienze della Comunicazione dell´Università di Bologna, racconta la vita quotidiana di giovani rifugiati, fatta di lavoro, studio, sport, tempo libero, cene fra amici, musica, danza, relazioni fra persone…

Sono le foto di Solò, giovane e bella senegalese, che balla, perché lei è maestra di danza e attualmente lavora al “Vecchio Son” del Centro Zonarelli. Ma il dolce sguardo con il quale si rivolge ai suoi figli rivela tutta la cura e l’attenzione che dedica anche al suo lavoro come Mediatrice culturale con i bambini.

E poi c’è Dominic, nato in Sudan, farmacista a Bologna: la sua determinazione si legge negli occhi concentrati, mentre si allena prima di una partita di calcio. Dopo aver studiato a Khartoum e dopo le rivolte studentesche sudanesi, non ha rinunciato ai suoi studi e si è laureato in Farmacia in Italia. Con la stessa tenacia ha messo in piedi, insieme ad alcuni amici, una squadra di calcio “L’Equatore” composta prevalentemente da giovani stranieri e, oggi, in testa al campionato di dilettanti del quartiere.

Sono le foto di Safura, nata a Teheran, studentessa del Dipartimento di Scienze della Comunicazione, cha ama tanto viaggiare. Si è fatta fotografare in stazione, con il suo zaino, con i suoi libri mentre studia in biblioteca, con la sua bicicletta – che può usare solo qua in Italia. “Non sono una persona che vuole rimanere ferma” dichiara ed è per questo che le foto la ritraggono sempre in movimento, sempre in viaggio.

Anche Yuka, la giovane giapponese, venuta in Italia da Tsuruga per studiare storia dell’arte. Yuka è allegra, ride sempre, e, anche se forse è un po’ timida, ama stare in compagnia e preparare piatti esotici con le amiche. Le foto la ritraggono così, a tavola, mentre scherza con le amiche, e scatta foto anche lei.

Sono soltanto alcuni dei volti di migranti e guardare una loro foto vuol anche dire fermarsi un attimo a riflettere. Ci vogliono occhi che sappiano guardare, esattamente come quelli dei fotografi. Occhi che sappiano soffermarsi su quello che le immagini vogliono dire, per comprendere le loro storie.

Sui titoli dei giornali, nella cronaca, gli immigrati spesso sono indicati come invasori o come poveri emarginati, scartati. Eppure se ne vedono altrettanti per strada, a lavoro, all’università, a fare la spesa, nelle case a fare da badanti, nelle scuole come genitori che accompagnano i figli. Si tratta di persone nate semplicemente in un altro paese, che si sono stabiliti nelle città e ci vivono, più o meno bene, più o meno integrate. Ognuno con una sua individualità. Ognuno con una sua storia.

Bisogna dimenticare le ragioni geopolitiche per cui arrivano (le guerre, la fame, le dittature…); non pensare ai problemi che potrebbero generarsi per trovare loro ospitalità.

Bisogna andare nei luoghi dove vengono ospitati, ascoltare la storia che hanno da raccontare, capire che cosa li ha spinti ad abbandonare le loro case per un viaggio verso l’ignoto. Non bisogna leggere sui giornali, ma sui loro volti. È questo il solo modo per farli sentire nuovamente esseri umani e per ricordare a noi stessi che anche noi lo siamo “umani”.

Gabriella Imperatore, FMA
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