Venerdì, 15 Gennaio 2021 08:06

Generare un mondo aperto

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L’arrivo di persone diverse, che provengono da un contesto vitale e culturale differente, si trasforma in un dono, perché «quelle dei migranti sono anche storie di incontro tra persone e tra culture: per le comunità e le società in cui arrivano sono un’opportunità di arricchimento e di sviluppo umano integrale di tutti» (Fratelli Tutti, 133). I migranti vanno accolti, protetti, promossi ed integrati.

 

L’altro diverso da noi è un dono e un arricchimento per tutti, scrive Papa Francesco, perché le differenze rappresentano una possibilità di crescita. «Gli immigrati, se li si aiuta a integrarsi, sono una benedizione, una ricchezza e un nuovo dono che invita una società a crescere (FT, 135). Una cultura sana è per natura aperta e accogliente (FT, 146), sa aprirsi all’altro, senza rinunciare a se stessa, offrendogli qualcosa di autentico. Come in un poliedro, il tutto è più delle singole parti, ma ognuna di esse è rispettata nel suo valore» (FT, 145).

Liberi di partire, liberi di restare

Tutti hanno il diritto a migrare. Chi parte cerca vita e può portare vita. Il vissuto, i timori, le speranze di chi ha scelto o è stato costretto a lasciare il proprio paese, migrando lontano dalla propria terra e famiglia per ricominciare da capo e fondarne una nuova, consolidarne le basi, irrobustirne le radici, danno vita a nuove forme di identità e di appartenenza, di integrazione e di unità.

Un cuore aperto al mondo costruisce ponti e richiede un dialogo paziente e fiducioso, anche se gravido di tensioni come lo è un parto. C’è bisogno di comunicare, di scoprire le ricchezze di ognuno, di valorizzare ciò che unisce e di guardare alle differenze come possibilità di crescita nel rispetto di tutti. È necessario un dialogo generativo, in modo che le persone, le famiglie e le comunità possano trasmettere i valori della propria cultura e accogliere il bene proveniente dalle esperienze altrui. Vi sono doni reciproci nell’interscambio culturale delle migrazioni. L’accoglienza di una persona diversa va di pari passo con la possibilità che la stessa si esprima, trasfondendo la propria cultura in quella di arrivo.

«Arricchendosi con elementi di diversa provenienza, una cultura viva non ne realizza una copia o una mera ripetizione, bensì integra le novità secondo modalità proprie. Questo provoca la nascita di una nuova sintesi che alla fine va a beneficio di tutti, poiché la cultura in cui tali apporti prendono origine risulta poi a sua volta alimentata» (FT, 148).

Una persona e un popolo sono, perciò, generativi se sanno integrare creativamente dentro di sé l’apertura agli altri. Fernanda, migrante dall’Argentina racconta: «La parola che mi identifica è “mescolanza”. Arrivo da una terra colonizzata, ho conosciuto tantissime persone. Ho viaggiato. Ho visto dei posti fantastici. Ho degli amici. Ho lavorato tanto, anche duramente, per guadagnarmi da vivere. Ho imparato anche che io “sono le mie radici”, non importa dove vado o quando mi integro, o mi adatto. Perché le nostre origini ci appartengono sempre, le portiamo addosso ovunque. Anzi quando più ti allontani dalle tue origini più le incarni. Rimani te stessa, attaccata alle tue radici, ma ti apri agli altri per dare vita a una nuova storia di salvezza. Ed è bello, perché non sei sola e diventi più ricca proprio in quella diversità».

Generare umanità

La solidarietà genera cultura, visione della vita, valori condivisi. Bisogna andare in profondità per capire i bisogni e cosa si può fare. “Nessuno può rimanere escluso, a prescindere da dove sia nato, e tanto meno a causa dei privilegi che altri possiedono per esser nati in luoghi con maggiori opportunità. I confini e le frontiere degli Stati non impediscono che si generi vita e alla vita” (FT, 121).

«Mi chiamo Semhar; sono nata e cresciuta ad Asmara, in Eritrea. Sono arrivata in Italia per motivi di studio e vivo a Bologna da 15 anni. Faccio la mediatrice interculturale, un lavoro che ho scelto di fare perché molto interessata ai temi della migrazione ma soprattutto all’interculturalità. Migrantour mi permette di conoscere meglio e far conoscere la mia città secondo diversi punti di vista, creando punti d’incontro tra varie culture e religioni». Un percorso di integrazione globale, faticoso ma fecondo. Oggi mette in campo la conoscenza delle culture diverse e regala ai turisti gli angoli più belli, più caratteristici, e anche più multiculturali delle città. Lo realizza, come membro della Rete Ue Migrantour, un’iniziativa che permette a cittadini di vecchia e nuova generazione, turisti, curiosi, studenti di scoprire, con le parole dei cittadini migranti, i tanti piccoli e grandi segreti delle diverse città europee. La finalità è contribuire alla diffusione di una nuova narrazione basata sull’uguale dignità dell’altro e sulla valorizzazione del contributo dei processi migratori, al fine di costruire un senso di appartenenza a una comunità più ampia e di promozione umana. Ogni persona ha diritto a vivere con dignità e a svilupparsi integralmente. L’integrazione dei giovani migranti è la chiave della crescita della famiglia umana, della fratellanza universale e del futuro.

La solidarietà è generativa, si esprime nel servizio, nell’aver cura promuovendo lo sviluppo dell’altro. Essa aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare, ma come prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare al banchetto della vita a cui tutti sono invitati da Dio.

 

Rifugiati diventano docenti

Dalla materna alle superiori, persone che sono fuggite da guerra e privazioni nel proprio paese insegnano agli studenti così si sconfigge la paura del diverso, i ragazzi imparano e gli stessi rifugiati riacquistano la dignità perduta.

Ore 9, a scuola c’è lezione di sartoria. Il docente? Ezra, 25 anni, rifugiata gambiana. E Arkan, 23, afgano. Succede da qualche anno, e sempre più spesso, nelle scuole di ogni ordine – materna compresa – di Schio, provincia di Vicenza (Italia). Portare queste persone nelle scuole è un’azione che, fin da subito, ha sconfitto la paura del diverso e, al contrario, ha aperto la comunità locale alle storie di queste persone, in fuga da guerre, persecuzioni e disagi di ogni genere. È l’impegno dell’Associazione Il mondo nella città, che dagli anni ’90, segue la delicata situazione dei profughi che arrivano in Italia per chiedere asilo politico. La scuola è il cardine che rende rivoluzionaria e più che positiva la relazione tra profughi e cittadini, una buona prassi che sta diventando un modello. Tre incontri, due in cui i docenti fanno imparare agli alunni tecniche di semplice sartoria, adattate naturalmente alle età, il terzo in cui presentano il loro vissuto e si scambiano racconti con i ragazzi. Il progetto si chiama Nuele, che in Swahili vuol dire ‘treccia’, nasce dal fatto che prima si intrecciava la carta per realizzare composizioni, ora si usano le stoffe, anche per realizzare borse. La presenza del maestro richiedente asilo o rifugiato è un valore aggiunto sia per gli studenti, perché toccano con mano qualcosa di cui spesso sentono solo parlare in televisione, e per gli stessi rifugiatii, perché riacquistano quella dignità che è venuta meno dopo la fuga dal proprio paese (da: http://www.ilmondonellacitta.it/).

 

Gabriella Imperatore, FMA
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