Venerdì, 15 Gennaio 2021 08:35

Scegliere sempre la vita.

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Una bambina milanese felice, spensierata e piena di vita. A soli otto anni viene allontanata dalla scuola, perché ebrea, ma non lo era del tutto: i suoi genitori erano agnostici e non frequentavano la sinagoga. Sua madre era morta e Liliana Segre viveva con il papà e i nonni paterni quando, nel 1938, le Leggi razziali irruppero nella sua “piccola vita”, e lei divento “l’altra”, vittima e testimone. Fugge con suo padre in Svizzera con documenti falsi per non farsi riconoscere e nel momento in cui avrebbero potuto chiedere asilo, vengono respinti, arrestati e deportati ad Auschwitz-Birkenau. Liliana, dopo essere stata costretta a lasciare per l’ultima volta la mano di suo padre, inizia il lavoro forzato nei lager, ma vuole vivere e cerca di resistere. Unica sopravvissuta alla sua famiglia, dal 1990 la Segre ha cominciato a raccontare la sua storia diventando una delle più conosciute testimoni.

 

Scegliere sempre la vita. La mia storia raccontata ai ragazzi, è nato da un incontro per i ragazzi del Liceo, organizzato a Lugano, nel 2018, dalla Goren Ferrari Monti Foundation.

La testimonianza di Liliana Segre è essenzialmente un inno all’esistenza che si snoda attraverso un discorso chiaro, lucido e profondo, e si fa appello maggiormente per i ragazzi: «Non siate mai indifferenti di fronte a ciò che accade, prendete posizione e, soprattutto, scegliete sempre la vita». L’esperienza del lager ha fatto maturare in Liliana la convinzione che l’esistenza può essere bellissima, perché «dopo una fase dolorosa, come quella che ho vissuto, puoi ancora vedere i fiori sbocciare sugli alberi, puoi ancora vedere che da te nasce ancora la vita! Puoi ancora vivere l’amore, puoi ancora, di nuovo, avere la tua casa nel mondo. Quindi bisogna essere forti. Avere speranza e scegliere la vita. Sempre». Le pagine autobiografiche lasciano trapelare il desiderio di vivere sempre più forte nonostante la sofferenza. E c’è la pena, l’amore, la pietà, il ricordo di quell’adolescente che è stata capace di trasformare il dolore in opportunità. La Segre racconta: «Quando parlo nelle scuole dico che ognuno nella vita deve mettere una gamba davanti all'altra, che non si deve mai appoggiare a nessuno perché nella "Marcia della morte" non potevamo appoggiarci al compagno vicino che si trascinava nella neve con i piedi piagati e che veniva finito dalla scorta se fosse caduto. Ucciso. La forza della vita è straordinaria, è questo che dobbiamo trasmettere ai giovani di oggi. Noi non volevamo morire, eravamo pazzamente attaccati alla vita qualunque essa fosse per cui proseguivamo una gamba davanti l'altra, buttandoci nei letamai, mangiando anche la neve che non era sporca di sangue».

 

«La forza della vita è straordinaria, è questo che dobbiamo trasmettere ai giovani di oggi».

 

Una farfalla gialla sopra i fili spinati

Liliana racconta di sé come profuga, clandestina, rifugiata, schiava lavoratrice, usando le espressioni della contemporaneità, per questo la sua testimonianza appartiene al passato solo storicamente, in realtà è un ponte che parla dell'oggi, del nostro qui ed ora. Interrogando il presente, la Segre indica ai giovani un futuro senza discriminazioni e sottolinea loro che lo potranno costruire se ascolteranno la propria ed altrui vita, se si lasceranno guidare da adulti significativi, e indica agli educatori diverse tematiche formative per i ragazzi da approfondire in dialogo con la contemporaneità. La sua “memoria” trova approdo nel presente come si legge nella premessa: «Racconterò una storia dolorosa, ma che finisce bene. E questo è importante, perché anche le storie più difficili possono finire bene». Tornata, dopo la guerra, in una Milano dalle macerie fumanti, Liliana è una ragazza ferita, selvaggia, che non sa più usare le posate per mangiare; criticata anche da coloro che le volevano bene, perché desideravano che fosse quella ragazza borghese dalla buona educazione, ignorando che aveva visto il colore della solitudine che Liliana stessa definisce «la solitudine assoluta del silenzio». Quella incomunicabilità che era stata superata imparando alcuni vocaboli stranieri per trovare, con le compagne di diverse nazionalità, una parola comune, affermando che «in ungherese ho imparato una sola parola: "pane", ovvero “fame”».

 

«Ho scelto la vita e sono diventata libera».

 

I giovani pongono domande a Liliana dopo averla ascoltata, facendo emergere interrogativi sulla fede e su ciò che le ha consentito di restare in vita nonostante la sofferenza. La Segre risponde di essere atea e che ciò che nella vita l’ha guarita è stato l’amore, l’unico della sua vita, incontrato nel marito Alfredo che le ha preso «quella mano che era rimasta sola e con l’amore ne ha curato le ferite». I ragazzi riflettono  su quell’adolescente che ha saputo andare ben oltre il muro di Auschwitz-Birkenau e che oggi, a novanta anni, conclude così la sua testimonianza: «…si può, una gamba davanti all'altra, essere come quella bambina di Terezin che ha disegnato una farfalla gialla che vola sopra i fili spinati. Io non avevo le matite colorate e forse non avevo la fantasia meravigliosa della bambina di Terezin. Che la farfalla gialla voli sempre sopra i fili spinati. Questo è un semplicissimo messaggio da nonna che vorrei lasciare ai miei futuri nipoti ideali. Che siano in grado di fare la scelta. E con la loro responsabilità e la loro coscienza, essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra ai fili spinati».

 

Emilia di Massimo
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