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Venerdì, 15 Luglio 2022 09:56

Ampliare gli orizzonti dell’amore

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Tutti i rapporti interpersonali hanno molto a che fare con la sinodalità, perché richiedono ascolto, rispetto delle differenze, amore. Tali capacità si apprendono già nella relazione tra moglie e marito.

 

È quello dei genitori il modello che i figli guardano: se i genitori mostrano comportamenti possessivi, impositivi, violenti, non è facile poi coniugare gli ideali alti della fratellanza sbandierati dalla famiglia, dalla società e dalla Chiesa con ciò che si vive in casa tutti i giorni. Una madre e un padre aggressivi tra loro lo sono ugualmente e spesso ancor più verso i figli, i quali appena possono tendono a scappare se avvertono su di loro proiezioni di sogni insopportabili perché a misura dei genitori. Che lo esplicitino o meno, non vogliono essere piegati ad ideali che non sono loro, come se fossero una protesi o un piedistallo delle aspirazioni degli adulti.

Dal punto di vista dei genitori, non basta l’istinto naturale per amare un figlio, senza se e senza ma, senza pretendere che sia un genio e un Adone – come tutti i genitori sognano durante la gravidanza - o che comunque funga da bella vetrina a supporto dell’orgoglio genitoriale. Oggi, grazie ai progressi della scienza medica, si possono correggere le patologie già dal seno materno, ma non è possibile programmare in tutto e per tutto quel che sarà quel figlio. La natura può essere perfezionata ma non violentata, come ben diceva Bacone: Natura non nisi parendo vincitur.

Essere una bella famiglia unita non è scontato, non è una foto sorridente isolata dal contesto quotidiano, un’etichetta o un traguardo da raggiugere una volta per tutte, salvo che nella pubblicità. Come tutti sanno, può capitare che figli modello nascono da genitori mediocri e, al contrario, figli scapestrati da genitori modello. Il primo passo di una relazione bene impostata - come per la sinodalità ad altri livelli – è l’accettazione dell’altro così com’è, con i limiti imposti dalla natura e dalla sua personalità. È una disposizione che si fa più indispensabile quando i genitori non si riconoscono nei figli ormai adolescenti e si chiedono perché il loro impegno educativo ha prodotto risultati così deludenti e contraddittori.

Si parla di travaglio educativo proprio perché i figli vanno ripartoriti ad ogni tappa dello sviluppo con intelligenza, dolore e amore, attraverso un confronto costante che impone a tutti rinunce, trepidazioni, sconfitte, prove da cui non sempre si esce vittoriosi. Più spesso genitori e figli s’infliggono ferite profonde a causa di comportamenti che i genitori considerano inaccettabili e che i figli considerano vessatori. Tutti i genitori sin dalla nascita sanno teoricamente che il figlio non sarà un esecutore di insegnamenti e che seguirà un suo percorso esistenziale ancora ignoto ad essi e ai figli stessi, ma quando arriva quel momento, generalmente lo ritengono prematuro.

 

«Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino» (Col 3,20-21). Alla base di tutto c’è l’amore! (Papa Francesco)

 

Significativo l’episodio evangelico di Luca sullo smarrimento di Gesù nel tempio di Gerusalemme. Come è noto, il ragazzino ormai dodicenne si ferma a dialogare con i ‘maestri’, dottori della legge, senza preavvertire i genitori («Rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero», Lc 2, 43). Maria e Giuseppe, che non sono stati esentati dai travagli dell’educazione, si rendono conto della assenza del figlio solo dopo essere ripartiti, il che attesta un clima di fiducia per la presenza di una comunità di mutuo aiuto, che consente ai genitori di non essere preoccupati se i figli si muovono a piacimento tra famiglie amiche. Al ritrovamento nel tempio, Maria esprime a nome suo e di Giuseppe la comprensibile angoscia patita nella ricerca (Cf Lc 2, 48) e domanda il perché di quel comportamento così inusuale nel loro piccolo e obbediente Gesù.

La risposta del figlio palesa la decisa volontà del ragazzino di affermare davanti ai genitori la sua identità, comportamento caratteristico di tutti gli adolescenti. Egli ricorda ciò che essi già dovrebbero sapere che Egli ha una missione da portare avanti nel mondo e che deve occuparsi delle cose del Padre suo (Cf Lc 2, 48) o in altri termini seguire un suo cammino unico e distinto, in obbedienza alla vocazione che il Padre celeste gli ha affidato. Alla sorpresa dei genitori per il comportamento del figlio, corrisponde quella di Gesù per la loro reazione: «Non sapevate…?». Infatti essi sapevano, ma non potevano prevedere i dettagli e i tempi. Ai loro occhi il loro bambino aveva anticipato l’ora dell’autonomia.

Quasi tutti i genitori si trovano di fronte prima o poi a “marachelle” dei figli come quella di Gesù e sono costretti a cambiare il registro del dialogo a seconda delle circostanze, a saper obbedire ai tempi, girare pagina e ricalibrare il rapporto. Quel figlio, a cui hanno insegnato a muovere i primi passi nel mondo, è ormai un adolescente in cerca della sua strada, che si mostra scorbutico in realtà teme l’ingerenza di chiunque possa disorientarlo. Parenti, docenti, psicologi, religiosi possono contribuire a meglio leggere lo sviluppo, ma non sostituirsi ad alcuno ed anzi talvolta essere svianti. Si può solo accompagnare e supportare.

Meglio prepararsi al distacco prima del momento in cui si palesa, instaurando un clima di rispetto e favorendo il protagonismo dei figli tutte le volte che è possibile, nella consapevolezza di essere ignoranti della missione specifica che quel figlio avrà, la quale – per chi ha fede – è stata impressa da Dio stesso nel DNA. In linea teorica ciò è dato per acquisito, ma al confronto con i fatti, occorre giorno dopo giorno ricalibrare il proprio comportamento relazionale, osservando lo sviluppo del temperamento, delle tendenze, degli orientamenti del figlio. Vale quanto sosteneva E. Mounier: «L’evento sarà il nostro maestro interiore» (E. Mounier, Lettre à J.M. Domenach, in Oeuvres, Seuil, Paris 1963, IV, 817). Non si tratta solo di lasciar partire i figli desiderosi di affrontare nuove avventure, con la sofferenza dell’allontanamento e la solitudine del ‘nido vuoto’, ma di quel distacco che spesso creano diverse ideologie, modi di intendere la fede, amicizie, stili di vita.

È inevitabile che i genitori, quando il rapporto cambia, avvertano uno stato di desolazione accompagnato dalla domanda senza risposta: “Perché?”. Non sanno darsi spiegazioni convincenti di quel che appare il fallimento del loro impegno educativo. La loro stessa vita può apparire sprecata. Dio si nasconde e non risponde, mentre il figlio percorre strade ignote, che gli adulti intuiscono come irte di insidie, di trappole, di future sofferenze.

Non è bene dare ai genitori risposte scontate e ricette pronte. Occorrono tempo e pazienza per condividere il loro travaglio e attendere insieme che le cose si aggiustino attraverso un percorso non esente da dolore, cadute e rischi.

 

 "Il tempo raffredda, il tempo chiarifica; nessuno stato d'animo si può mantenere del tutto inalterato nello scorrere delle ore" (Thomas Mann).

 

L’esperienza ci dice che la lontananza prepara prima o poi una maggiore prossimità. Così è stato anche per Maria e Giuseppe, il cui ‘perché’ nel Vangelo sfocia in una nuova unità: “Scese dunque con loro e venne a Nazareth e stava loro sottomesso” (Lc 2, 51). C’è prima o poi un limite alle prove, una misura del tempo in cui si viene sottoposti alla sofferenza: occorre allenarsi in investimenti reiterati, alimentati da fiducia e pazienza, senza la pretesa di risolvere tutto e subito.

Le difficoltà del periodo adolescenziale si protraggono quando i figli diventano giovani adulti, hanno un partner, restano a lungo a casa (‘famiglia lunga’), mancano di lavoro, di autonomia economica, di casa, di condizioni favorevoli a fondare una famiglia e tendono ad attribuire ai genitori colpe che essi non hanno. I genitori continuano a domandarsi: Perché ci fa penare? Dove abbiamo sbagliato? Perché raccogliamo frutti così amari? Riusciremo a recuperarlo? Quando soccombono sotto il peso dell’ingratitudine, reagiscono infliggendo punizioni eccessive, picchiando, usando linguaggi offensivi e volgari quando non cacciano i figli di casa e li abbandonano al loro destino.

Dal rispetto dei differenti percorsi di vita si apprende – in famiglia come nella società e nella Chiesa – ad amare senza idolatrare, a prendersi cura senza pretendere la perfezione, a sopportare sofferenze indicibili, talvolta nascondendole agli altri e a se stessi. È un percorso che non si soddisfa di dottrine e pronunciamenti astratti, ma si confronta col vissuto di relazioni mutevoli senza escludere quelle conflittuali. Similmente nella Chiesa, corazzati dal vissuto familiare, si costruisce insieme la comunità. Vivere con gli altri insegna ad amare senza riversare su alcuno un eccesso di investimenti inevitabilmente soggetto a disillusione. Il Vangelo esplicita così: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me» (Mt 10, 37). Si cresce attraverso le difficoltà, gli imprevisti, i disagi, le croci che costellano la vita terrena, che spesso appaiono insopportabili.

La famiglia è il luogo per eccellenza in cui l’amore si purifica nella dinamica della prossimità e della distanza: occorre servire i tanti ‘bicchieri d’acqua’ e al contempo ‘lasciare’ il padre, la madre, i figli, ossia ampliare gli orizzonti alla famiglia dei fratelli di Gesù. Tutti imparano da tutti, figli, amici, persone ostili. Infatti lo Spirito Santo parla anche «Con la bocca dei bimbi e dei lattanti» (Sal 8,3). Si è a turno maestri e discepoli, locutori e interlocutori, guide e seguaci, anche vittime e carnefici, in un’alternanza che comprende la dimensione ludica del dramma, quella tragica della morte, e che sempre esige quella etica della sollecitudine e quella cristiana del perdono.

 

Giulia Paola Di Nicola - Attilio Danese 
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