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Domenica, 28 Maggio 2017 13:16

La famiglia: un bene per la Chiesa

La famiglia è solo oggetto di attenzione pastorale da parte della Chiesa oppure è un soggetto dotato di specifici doni per l’edificazione del corpo del Cristo?

 

Amare un tu “sino alla fine”

I laici sono nella maggior parte sposati, eppure il più delle volte la pastorale si rivolge ad essi come fossero singles. Si perde così il contributo specifico in ordine alla loro vocazione a beneficio della Chiesa. Continua a stupire l’apparente contraddizione dell’impegno che gli sposi assumono l’uno verso l’altro, senza condizioni, promettendo fedeltà senza limiti ad un essere umano limitato e fragile. In questo hanno ragione gli appassionati della letteratura d’emozione: c’è nell’amore coniugale fedele un qualcosa di eterno che sfugge alla comprensione, un mistero che non si può approfondire senza essere ricondotti al Creatore.
Gesù stesso assicura che riterrà degno di ricompensa anche un solo bicchiere d’acqua dato con intenzione pura: “E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa” (Mt 10, 42). La fedeltà fino alla morte che gli sposi si promettono sottolinea l’importanza della dedizione ad un tu non sempre amabile e comunque non intercambiabile, col quale si condivide l’esistenza, nella concretezza quotidiana, che coinvolge tutta la persona dall’anima fino alla profondità delle viscere.


“Se qualcuno può rimanere nel celibato in onore della carne del Signore, vi rimanga con umiltà. Se se ne vanta è perduto”  (Ignazio di Antiochia, A Policarpo, I, 1-2; V, 1-2)


La scelta di una sola persona

Nella vita concreta l’amore sollecito e concreto si realizza se si sceglie di amare nel Cristo tutte le creature senza sposarne alcuna, se si assume la tendenza a predicare e irrigidire il senso della verità mancando di tolleranza, sino ad addossare agli altri pesi eccessivi (“Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili” Lc 11, 46).
L’amore sponsale si verifica nei piccoli gesti di cura quotidiana, che arginano eventuali tendenze spiritualiste tipiche di chi, riservando a Dio la cura sottratta al prossimo, rimanda al cielo ciò che evita di realizzare in terra. Esso frena pure la tentazione di fare della verginità uno strumento di prestigio.
Significativo è il modello di relazione ugualitaria, come si è affermato pian piano nella storia: in due si può fare a meno di ricorrere alla logica del capo, che invece è indispensabile in qualunque comunità che superi le due unità (vedi istituti religiosi). I coniugi sono necessitati dalla convivenza a farsi obbedienti l’uno all’altro, come Giovanni Paolo II ha raccomandato nella Mulieris Dignitatem reinterpretando la Lettera agli Efesini nell’ottica della “sottomissione reciproca nel Signore” (Ef 5,26). L’amore si sottomette volentieri all’altro perché vuole la sua felicità e a tal fine si libera dai propri progetti, dal moralismo, dal ritualismo, dai voli pindarici che sottovalutano l’hic et nunc della persona in situazione.
Insieme a tutti i cristiani gli sposi cristiani imparano a declinare amore di Dio e del prossimo, in un cammino responsabile e creativo che si gioca sulla capacità di tener fede ai due pilastri della legge evangelica, sfuggendo al duplice rischio: quello di rimanere fedeli all’amore del prossimo dimenticando Dio e quello opposto di amare Dio dimenticando il tu. Il coniuge rappresenta il volto visibile di Dio, che si nasconde e si manifesta in quel tu cui si promette di donare tutto, anche quel Dio che è il tesoro di ciascuna anima. Sarà quello stesso tu a dire un giorno: “Perché io ho avuto fame [di tenerezza, di fedeltà, di sostegno psicologico, di fede…], e mi avete dato da mangiare” (Mt 25, 35). Gesù, che è la via e la verità, nascosto nel prossimo, ricorda a tutti – anche tramite due sposi – il valore infinito di ciascun essere umano e l’importanza di amarlo come Egli l’ama, come fosse unico al mondo. Innumerevoli le frasi con le quali Gesù ci ricorda questa regola spesso trascurata: “Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5, 23-24); “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”(Mt 25, 40); “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6, 12).


La gloria del corpo

Non si può negare che la verginità, proprio per il fatto di canalizzare tutte le risorse della persona sulla spiritualità, sulla preghiera, sul servizio alla Chiesa e ai fratelli, lascia in secondo piano la bellezza dei corpi in relazione. Gli sposi che vivono bene il loro amore al contrario esaltano i corpi che si donano reciprocamente e aiutano anche i vergini ad apprezzare un concetto di castità che non coincide automaticamente con un corpo intatto. Concretamente, nel rapporto a due, l’unione sponsale, passando per i corpi vuole raggiungere le anime. Il matrimonio è una testimonianza d’amore che passa attraverso l’unione fisica come pure attraverso la cura che i coniugi sono tenuti a riservare reciprocamente ai loro corpi, perché siano il più possibile sani, belli, vestiti dignitosamente, allenati nello sport (mens sana in corpore sano non è solo un ideale classico). Quando gli sposi non lo fanno, danno un segnale indiretto di disagio di coppia, il che vale per tutti anche per quei vergini che lanciano messaggi depistanti di identificazione tra spiritualità e sciatteria. Gli sposi ricordano lo splendore del corpo destinato a risorgere e l’importanza di amarlo, curarlo in se stessi, nei figli, nel coniuge; di onorarlo nell’esercizio di una sessualità responsabile, di glorificarlo nella carezza, nello sguardo, nell’abbraccio. Realizzando quell’essere “una sola carne” che la Bibbia annuncia essi vivono il cammino dell’eros intrecciato all’agape che si sviluppa nel tempo vincendo l’egoismo, l’immaturità, la paura di amare fino a essere capaci di donare la vita.
Anche chi non si sposa, proprio in virtù della sua verginità, ricorda la vocazione dei corpi ad essere assunti nel dinamismo dello Spirito e quindi il dovere di esaltarli, non umiliarli e trascurarli.


Per approfondire: Verginità e Matrimonio. Reciprocità e diversità di due Vocazioni, SAN PAOLO, MILANO 2000.


Nella loro relazione reciproca sposati e vergini dovrebbero esprimere, ciascuno a modo proprio, l’esaltazione del dono del corpo, cui tributare onore, soprattutto al momento della malattia e della morte, in quanto “tempio dello Spirito Santo” e dunque tabernacolo da onorare, rispettare, servire, come nell’espressione paolina che rinvia al “Sancta sanctorum” del tempio di Gerusalemme, ovvero il luogo reale della presenza di Dio: “O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Cor 6, 19-20). In effetti nel corpo prende dimora la Trinità, giacché esso riceve la vita dal Padre, si modella sul corpo di Cristo ed è “inabitato” dallo Spirito Santo. I sacramenti ne confermano la dignità: il matrimonio suggello di due in “una sola carne”, l’Eucarestia, nutrimento del corpo, l’estrema Unzione, sacramento della fortezza del corpo e del suo abbandono temporaneo. Una particolare venerazione merita il corpo della donna in gravidanza che accoglie, nutre, condivide il proprio essere e nel contempo si fa canale di Grazia e di Eucarestia per i nuovi nati. Inevitabile il rimando alla Madonna incinta di Piero della Francesca, che appare effettivamente come un tabernacolo vivente, con gli angeli che sollevano le tende come di fronte ad un grande mistero.
In entrambe le strade, verginità e matrimonio, il corpo ha il suo valore sponsale, indirizzato alla comunione e al dono. Per Giovanni Paolo II: “Il corpo è sponsale fin dal principio: racchiude in sé la capacità di esprimere l’amore; quell’amore appunto nel quale la persona diventa dono e, mediante questo dono, attua il senso del suo essere” (Mulieris Dignitatem, n.18).


Per approfondire: X. LACROIX, Le corps et l’Esprit, Vie Chrétienne, Paris 1996, 61-76.


Casa-chiesa

Per tutti l’ambiente abitato dovrebbe rivelare in trasparenza l’amore che vi regna. Per questo gli sposi fanno il possibile e l’impossibile per arredare la propria casa nel modo migliore, tanto da sfiorare in certi casi la mania o manifestare un lusso eccessivo. Per contro ciascuno che sia stato in collegio fa esperienza del differente ambiente che si genera rispetto alla casa: la grandezza dei locali, dei corridoi e delle finestre fa perdere l’intimità propria della casetta di famiglia. Accade inoltre di riscontrare in alcuni sacerdoti una certa trascuratezza della propria casa, a fronte di una cura “trionfale” della Chiesa, rivelando così un accentuato contrasto tra “profano” e “sacro”.
Il Vangelo più volte, in contrasto con la mentalità degli Ebrei, ci ricorda la sacralità di ogni luogo, in contrasto con quella limitata al tempio. Gesù alla Samaritana dice: “Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4, 20-24). L’Apocalisse parla in questi termini della Gerusalemme santa, che scende dal cielo, in prospettiva escatologica: “Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diàspro cristallino. Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello” (Ap 11, 21, 23). Sembra fare eco La Pira, quando scrive (parafrasando) che in Cielo non vi saranno né Terre Sante né Popoli eletti, né mariti né mogli, né maschi né femmine, né papi né laici, né leggi né S. Scritture, né privilegi né Rivoluzioni, né Perestroike né Metanoie, né Esodi né camere a gas, né santi né diavoli, ma tutti saranno con Dio Padre che rende fratelli i fratellastri, figli di Abramo.
Sposi e vergini, se si sentono avvolti dalla presenza di Dio, che rende i luoghi più comuni della vita quotidiana, vedono nell’ambiente in cui abitano (casa, quartiere, città, natura) una sacralità da rispettare, onorare e adornare nel modo più bello possibile, nel quale conservare una atmosfera di amore e di unità, da proteggere da ogni possibile violazione che voglia sciuparla. Ogni mancanza d’amore infatti è una vera dissacrazione.

Giulia Paola Di Nicola – Attilio Danese
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