Lunedì, 05 Luglio 2021 08:37

Mornese. Relazione, cura, reciprocità

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All’inizio di ogni comunità c’è l’intervento del Signore che educa ad amare e a servire orientando alla reciprocità e gratuità, alla cura della vita e al dono totale di sé per creare una società dove davvero tutti possono vivere e sentirsi fratelli e sorelle.

 

Oggi più che mai si è interpellate a curare le relazioni, a riscoprire la “grammatica” della cura che si manifesta in tanti piccoli gesti quotidiani, nella promozione della dignità di ogni persona e nella ricerca costante del bene.

Papa Francesco, nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2021, invita tutti a impegnarsi per una cultura della cura come percorso di pace, debellando la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, che prevale oggi nella società. Per Madre Mazzarello l’essere veramente sorelle e fratelli è possibile solo nel nome e con la forza del Signore Gesù: «Una figlia che ama veramente Gesù va d’accordo con tutte» (L 49,6). La comunità, infatti, si edifica sulle relazioni costruite giorno dopo giorno, non senza fatica e ascesi. Essa deve fare i conti con i limiti umani e con un processo continuo di conversione e di riconciliazione.

 

Per una pedagogia della cura

La “cura” è una espressione molto salesiana. Il “prendersi cura” è uno dei fili conduttori dell’epistolario di Maria Mazzarello. È una categoria che la definisce al meglio in quanto Educatrice, Madre, Formatrice. «Il prendersi cura viene prima degli atti di “cura” e più che una attività particolare, è un modo di essere, un atteggiamento globale che non tollera riduzionismi e frammentazioni. Non include solo la dimensione affettiva, ma quella intellettiva, spirituale, relazionale, etica» (Piera Cavaglià, Un’educatrice a servizio della vita, 215).

Chi si autodefinisce “la madre che tanto vi ama nel Signore” (L 66,6) è nelle condizioni per “prendersi cura” di chi le è stato affidato. Le sue relazioni di cura si esprimono attraverso gesti quotidiani di amore, misericordia, nel dono generoso di sé, nel farsi carico delle persone più fragili, soprattutto delle giovani più sofferenti e difficili.

Il prendersi “cura” è una dimensione tipica della femminilità e della maternità. Infatti, per una madre vivere è aiutare a vivere, cioè promuovere la persona in tutte le sue dimensioni. Richiede uno sguardo attento, capace di intuire i bisogni, uno sguardo valorizzante, pronto ad accogliere potenzialità e limiti, dunque capacità di far spazio all’altro, di ospitarlo in quanto altro da sé, senza la dimensione del possesso.

Questo tipo di cura postula un amore nella logica del dono di sé, cioè della capacità di sviluppare il senso della maternità/paternità che cerca di introdurre il figlio all’esperienza della vita. Una cura quindi, che non è intrattenere, imprigionare o possedere la persona, ma renderla capace di scelte, di libertà, di sbagliare, di ripartire (cf Patris corde).

La consegna “A te le affido” richiama la dimensione della “cura”. Le ragazze e le sorelle erano state affidate a Maria Mazzarello e alle prime FMA perché insieme cercassero umilmente di contribuire a far sì che sul loro volto brillasse viva l’immagine di Dio e perché le aiutassero a crescere integralmente e a discernere il progetto di Dio su di loro.

La pedagogia della cura si esprime nell’amore educativo. «Dall’intimo di ogni cuore, l’amore crea legami e allarga l’esistenza quando fa uscire la persona da sé stessa verso l’altro. Siamo fatti per l’amore e c’è in ognuno di noi una specie di legge di estasi: uscire da se stessi per trovare negli altri un accrescimento di essere. Perciò in ogni caso l’uomo deve pure decidersi una volta ad uscire d’un balzo da se stesso» (Fratelli Tutti, 88).

 

Per una pedagogia della reciprocità

Insieme alla cultura della cura, occorre oggi creare la cultura della reciprocità, che va al di là degli atti di altruismo e di filantropia. La reciprocità è il nome laico della carità cristiana. Scrive Madre Antonia Colombo, 9ª Superiora Generale dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che le relazioni di reciprocità affondano le radici nella visione biblica della persona: “L’essere a immagine e somiglianza di Dio fonda l’essere relazionale della persona, il suo esistere in rapporto all’altro io. Somigliamo a Dio nella misura in cui instauriamo relazioni che promuovono vita all’insegna della reciprocità, dello scambio dei doni. La reciprocità si alimenta della capacità di ampliare la propria esperienza includendo quella dell’altro. La reciprocità non è azione unilaterale che rende sottomessi, dipendenti, ma disponibilità a ricevere, oltre che a dare, capacità di mettere l’altra persona in condizioni di ricambiare, di corrispondere, di sentire che ha qualcosa da comunicare e da offrire. Lo stile di reciprocità del dare-ricevere in atteggiamento di gratitudine è quello che oggi sembra esprimere meglio la forza carismatica del Sistema Preventivo in una comunità che nel suo relazionarsi rimanda l’immagine del Dio – comunione” (Circ. n° 823).

La prima comunità di Mornese è costituita da volti diversi. Si trovano in essa una pluralità di ruoli, di personalità, di caratteri che non senza fatica cercano la convergenza e la condivisione nella missione. Ognuna sa di essere un dono per la comunità e viene valorizzata così com’è a collaborare alla missione unica dell’Istituto. Da ogni FMA, infatti, qualunque fosse il suo ruolo, si esigeva un atteggiamento educativo non generico ma esplicito e opportunamente propositivo. Gli interventi delle numerose persone responsabili (direttrice, vicaria, economa, maestra di lavoro, assistente di studio, di cameretta, cuoca, portinaia, maestra di musica…) erano indirizzati a formare la donna nella sua compiutezza umana, cristiana, professionale.

L’ambiente educativo e lo stile della comunità creata e animata da Maria Domenica Mazzarello è fondato sulla collaborazione e sul coinvolgimento di tutti: FMA, educatrici laiche, direttori della comunità, famiglie delle educande e le stesse ragazze. Il suo modo di animare la comunità riveste il carattere di una presenza semplice, affidabile, vigile e buona; flessibile e attenta ai bisogni di ciascuna, proprio come in una famiglia dove la convivenza è pervasa di dolcezza, di amabilità e di gioia. Sapeva suscitare relazioni fondate sulla reciprocità dove ognuna dà e riceve; dove ognuna, senza rinunciare al suo ruolo di adulta, di superiora e di educatrice, sa collaborare insieme in vista dell’unica missione che unisce tutte.

 

Una testimonianza interessante di un vissuto di reciprocità fondato sull’esperienza di comunione per la missione è quella di Madre Caterina Daghero, 2ª Superiora Generale dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Il suo lavoro era fatto sempre in squadra. Infatti, a fianco della giovane Superiora vi erano donne di alto profilo umano e spirituale: suor Emilia Mosca, suor Enrichetta Sorbone, suor Elisa Roncallo. Le testimonianze sono tutte concordi nell’affermare che “stavano bene insieme; le loro virtù si fondevano come i loro caratteri, diversi l’uno dall’altro, in un’armonia di aspirazioni, d’intenti, di opere tutte rivolte alla gloria di Dio e all’attuazione piena e fedele della grande idea del Fondatore” (Giuseppina Mainetti, Madre Caterina Daghero, 148). È una testimonianza molto bella che esprieme la capacità di lavorare insieme, di creare legami di reciprocità dove ognuna delle educatrici può dare il meglio di sé e contribuire alla missione di testimoniare l’amore di Dio ai giovani. Questo è possibile perché “stavano bene insieme”.

 

Relazioni generatrici di vita

Mornese, per la qualità della vita e delle relazioni, è un ambiente ricco di fecondità generativa per la squisita finezza umana e cristiana. Per questo diviene “grembo fecondo” della futura vitalità dell’Istituto FMA. Il vissuto della prima comunità di Mornese insegna che lo stare con Dio non significa sottrarsi alle sorelle e ai giovani, ma significa stare con loro con la stessa bontà, tenerezza, pazienza del Padre. In questo senso ancora oggi, chi si prende cura degli altri con totale dedizione e gratuità è voce profetica, chiaro appello vocazionale.

È compito dello Spirito generare in noi la capacità di comunione, ma egli si serve della nostra umanità per operare e costruire relazioni improntate alla fiducia, reciprocità, collaborazione. Per questo le relazioni sono un laboratorio di santità, una schola amoris (Vita fraterna in comunità 25), una scuola dove si impara a curare gli uni gli altri ed insieme a percorrere un cammino di santità.

 

Eliane Petri, FMA 
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