Speranza che agisce… come motore di crescita e di cambiamento

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In questo momento così delicato della storia, si impone il dovere della speranza. Papa Francesco più di una volta ha invocato per l’umanità il contagio della speranza, un contagio «che si trasmette da cuore a cuore, perché ogni cuore umano attende questa Buona Notizia. È il contagio della speranza: ‘Cristo, mia speranza, è risorto!’. Non si tratta di una formula magica, che faccia svanire i problemi. [...] È invece la vittoria dell’amore sulla radice del male, una vittoria che non ‘scavalca’ la sofferenza e la morte, ma le attraversa aprendo una strada nell’abisso, trasformando il male in bene: marchio esclusivo del potere di Dio» (Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020). Già nella Laudato si aveva scritto: «La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi» (LS 61).

Una speranza che non si arrende

Come l’amore, la speranza anche se non può fermare il male, la violenza e la guerra, anche se si lotta contro l’impotenza per non riuscire a dominare e a vincere le inquietudini e le opacità del proprio cuore, tuttavia non cede alla disperazione, ma combatte, non si arrende, anzi resiste e si apre al futuro, all’insperato, nella certezza che nasce dalla fede, perché «fedele è colui che ha promesso» (Eb 10,23), perché «Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo» (1 Tes 5,24).

Non si tratta di una speranza che conduce alla fuga dalla realtà o alla deresponsabilizzazione di fronte alla complessità del mondo e alle sue sfide. «La vera speranza è passione e grido» (Ermes Ronchi). Non è solo l’attesa di un bene arduo ma possibile (Tommaso d’Aquino), ma è azione, perché muove all’azione, cioè, sollecita concretamente a mettersi in movimento, a cercare soluzioni e strategie per far fronte alle avversità della vita, alle ingiustizie o alle derive di una società in cambiamento che sembra aver perso la direzione e il senso della vita. A ragione don Lorenzo Milani affermava: “Finché c’è fatica c’è speranza”. Così Sant’Ambrogio: “Dove c’è lotta c’è motivo di speranza”!

Come cristiani, e ancor più come salesiane consacrate a Dio e ai giovani, siamo chiamate ad essere nella storia umana profeti e pellegrini di speranza, a «sperare contro ogni speranza» (Rm 4,18), a testimoniare l’amore di Dio che in Gesù Cristo ha avvolto il mondo e l’umanità in un’esplosione di vita e di luce, sconfiggendo le tenebre, il peccato e la morte, aprendo così la strada alla perenne novità della vita.

Siamo interpellate a «rendere ragione della speranza che è in noi» (1Pt 3,15), testimoniando la speranza non solo ad intra, nelle nostre comunità, nell’Istituto e nella Chiesa, ma soprattutto ad extra, nella società e nella storia. Come ci esorta il Concilio Vaticano II: “Quanti credono in Dio mettono a profitto il tempo presente, e nella pazienza attendono la gloria futura. Questa speranza non la nascondono nel proprio animo, ma la esprimono nella conversione continua” (Lumen Gentium, 35).

Noi crediamo in una speranza che muove all’agire, che fa nascere e fa crescere nella dinamica del dare la vita, che provoca un atteggiamento permanente di conversione, sollecitando i dinamismi dell’amore, della solidarietà e della fraternità.

La speranza, una virtù in movimento che chiede di mettersi in cammino

Mai come oggi l’umanità, che attraversa un cambiamento d’epoca così radicale, così difficile e affascinante, ha bisogno di trovare uno spazio generativo di speranza proprio all’interno di un contesto pieno di avversità, di angoscia e di prova, così come è accaduto con il popolo ebraico che proprio nell’esperienza traumatica dell’esilio e del deserto ha avuto la possibilità di ritrovare e ricostruire un nuovo equilibrio, un “ri-orientamento” che lo ha condotto verso una nuova comprensione di se stesso, di Dio e della storia di salvezza. Nell’esperienza della sofferenza e dell’assurdità del dolore il popolo di Israele ha scoperto il fondamento della sua stessa esistenza: ciò che permane, che persiste quanto tutto crolla. Basta rileggere i Salmi, che diventano preghiera struggente e fiduciosa, piena di speranza in Dio, unico sostegno, unico fondamento e roccia di salvezza.

Vivere la speranza in tempi di inquietudine, di conflitti e di crisi ad ogni livello, di catastrofi naturali e di emergenze varie, da quella ecologica, climatica e sanitaria a quella morale, educativa e sociale, è un compito e una sfida per i cristiani, ancora di più per noi chiamate alla speranza in nome della nostra professione alla sequela di Gesù, dentro un carisma educativo proprio della spiritualità salesiana. La speranza, come virtù teologale, sollecita ogni cristiano ad attivare le proprie energie e le proprie risorse interiori per orientarle verso la rigenerazione e la trasformazione di un mondo ferito e trascinato nel vortice di cambiamenti continui. Farsi pellegrini di speranza in questo tempo di disorientamento esistenziale e di mancanza di senso nella vita, può contribuire a uscire da questa crisi, che è «la crisi di una umanità che non riesce a farsi umana» (L’Osservatore Romano, 7 luglio 2020).

È una speranza che non è semplice ottimismo, ma un’energia spirituale che nasce dal Vangelo e genera cambiamento prima di tutto in noi stessi, poi nella comunità e nel mondo. Infatti, è la speranza che ci permette di continuare a servire, con creatività e audacia, in un mondo ferito e in trasformazione. È questa speranza che ci rende donne in cammino, capaci di custodire e generare vita nei luoghi dove tutto sembra ‘morto’. È in questi ‘deserti di speranza’ che siamo chiamate ad accendere la speranza per fa rifiorire la vita, tessendo legami tra noi, tra donne e uomini consacrati di ogni parte del mondo.

La parola speranza, che ricorre poco nei Vangeli ma appare negli Atti degli Apostoli e in Paolo, emerge quasi sempre legata al “resistere”, al “tener duro”, al “non mollare la presa”, alla perseveranza, come una lampada fedele accesa nel tempo dell’assenza. La speranza, infatti, si fonda sulla fede, o meglio, su una fedeltà perseverante. Essa si appoggia sul Dio di Gesù e sulla fedeltà dei discepoli. È la virtù di coloro che camminano con Gesù, che però continuano a cercarlo, che si mettono in movimento, “in uscita”, per cercarlo nel quotidiano e ovunque… in ogni uomo e donna che incontrano, in ogni essere umano, piccolo o grande, bambino o adulto, povero o ricco, credente o non credente, santo o peccatore. È l’attitudine del pellegrino, in questo tempo di inquietudine, di incertezza che tuttavia – come scrisse Papa Francesco nell’omelia dell’ultima Pasqua – ha nel cuore «la speranza più grande della nostra vita: possiamo vivere questa esistenza povera, fragile e ferita aggrappati a Cristo, perché Lui ha vinto la morte, vince le nostre oscurità e vincerà le tenebre del mondo, per farci vivere con Lui nella gioia per sempre». (Omelia di Pasqua, 20 aprile 2025)

Ri-generare la speranza che è in noi per dare al mondo ragioni di senso e di speranza

Siamo pronti – come ci esorta Pietro – a rendere ragione della speranza che è in noi”? È essenziale, innanzitutto, andare alle radici della speranza, cioè ritrovare quella terra, quell’humus in cui tali radici si alimentano e fanno germogliare la vita. Ciò comporta entrare in relazione con Colui che è il fondamento, Colui che libera e salva, che rigenera e accompagna nel cammino della vita. 

La chiamata a essere discepoli di Gesù richiede la forza dell’ascolto, della decisione e della fedeltà. Ma prima ancora richiede la determinazione di una scelta: entrare in un rapporto profondo con Colui che chiama e che chiede di dare tutto, di consegnare totalmente noi stessi alla Sua sequela e al servizio del suo Regno.

Da qui l’esigenza di un ritorno alla centralità della fede, di cui la speranza ne è una esplicitazione, come si legge nella lettera agli Ebrei: «La fede è il fondamento delle cose che si sperano» (Eb 11,1). In questa direzione, l’apostolo Paolo esorta i cristiani a professare la fede nel Signore Gesù, a credere alla Parola di Colui che ha “promesso”, perché nel loro cammino terreno non abbiano nulla da temere: dinanzi ad ogni ostacolo o prova della vita, ogni volta che le forze del male sembrano prevalere sul bene, essi sono chiamati a mantenere “ferma” la loro speranza. «Manteniamo ferma la professione della nostra speranza, perché fedele è colui che ha promesso» (Eb 10,23). Pertanto, non è possibile separare il dinamismo della fede che si fa speranza dalla risposta d’amore all’Amore che Dio ci ha donato in Cristo, perché i motivi che fondano la solidità oggettiva dello “sperare” risiedono nella forza e nella potenza della sua Parola e della sua promessa: fedele è Dio che ci guida alla gloria

La speranza rimanda sempre a un “non ancora”, a qualcosa di ulteriore rispetto alla situazione presente, a qualcosa che, pur nella fragilità, ha la forza e la pazienza del ricominciare, a un cammino che si riprende, nonostante tutto. La speranza, quindi, è un orizzonte più che una realtà di fatto, è dinamismo continuo è costruzione che seppure realizzata una volta, non è mai certezza di poterla possedere per sempre. Per questo va coltivata e anche preservata con pazienza e umiltà. È un traguardo che ciascuno dovrebbe avere sempre al centro delle proprie motivazioni e dei propri scopi esistenziali.

Si richiede uno sguardo diverso sulla realtà nella quale viviamo, dove non mancano, persino nelle situazioni più inquiete del mondo, persino nella sconcertante crisi della politica, della democrazia, della idealità e dell’etica, dei segni innegabili di speranza. Riusciamo a scorgerli? Cosa mi dà speranza e cosa può dare ragioni di speranza al mondo contemporaneo pur nella incertezza e incompiutezza che lo caratterizza?

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