Suor Maria Troncatti missionaria

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Suor Rosa Molina, FMA dell’Ispettoria “Sacro Cuore”, in Ecuador, era un’aspirante quando ha conosciuto personalmente Suor Maria Troncatti. Ora vive nella casa “San Domenico Savio” di Sucúa, fondata dalla futura santa, ed è responsabile del museo e dell’archivio storico.

Quali caratteristiche emergono in suor Maria Troncatti come missionaria?

La vita missionaria di suor Maria Troncatti si potrebbe riassumere in una frase: “Maria Troncatti missionaria secondo il cuore di Dio”. Nel terribile viaggio verso la selva dell’Oriente, senza strade, nella foresta vergine, con animali feroci, pericoli, suor Maria piange molto perché è fragile, delicata di salute, ma poi dirà: “Valeva la pena piangere sul sentiero, per impiantare il Regno di Dio in mezzo alla foresta”.

Descrivo alcune caratteristiche della vita missionaria di suor Maria Troncatti:

Una donna con la chiara consapevolezza di essere stata scelta da Dio per essere missionaria, si sente uno strumento di Dio, così che, con le sue mani, con la sua sapienza, guarisce, guarisce e fa tutto il bene possibile.

Una donna di Dio, una donna di preghiera. La vediamo tutti i giorni alzarsi alle quattro del mattino per andare in Chiesa e lì prega, recita il rosario, fa la Via Crucis, prima di unirsi alla preghiera della comunità.

Una donna intuitiva, lebasta guardare negli occhi la persona che arriva in ospedale o che va a incontrare per scoprire i bisogni che ha: se è anemica, se ha bisogno di consigli, di accompagnamento.

Una donna “in uscita”: Papa Francesco ha sempre voluto missionari in uscita, lei era in anticipo sui tempi. Aveva la sua stanza accanto alla finestra, vicino alla strada, dove, a qualsiasi ora della notte, la gente bussava perché aveva bisogno di medicine, aveva bisogno che lei andasse a casa perché qualcuno stava morendo, perché una signora non poteva partorire. Suor Maria si alzava a qualsiasi ora, prendeva la sua borsetta e andava nella giungla, con tutti i pericoli, ma con un amore incredibile, da grande missionaria secondo il cuore di Dio.

Come ha vissuto l’aspetto comunitario della missione?

Si sentiva sempre inviata alle diverse missioni, la Madre Generale l’ha mandata, l’Ispettrice l’ha mandata. Non lavorava mai da sola, c’era sempre qualcuno che l’accompagnava, in ospedale lavorava con un’équipe di suore, quindi si sentiva una donna comunitaria, una donna che univa, che ha vissuto una vita fraterna.

Come ha affrontato le difficoltà?

Suor Maria era una donna eroica, una frase la guidava: “Uno sguardo al Crocifisso mi dà la forza e il coraggio di lavorare”. Innamorata di Gesù, ha superato ogni difficoltà. Padre Giovanni Bottasso, che viveva con lei, ha detto: “Era una persona che semplificava le cose. Lei, una montagna di difficoltà la rendeva più semplice, molto semplice. Risolveva i problemi in un modo così saggio, così di Dio, perché prima consultava Dio e poi trovava la soluzione ai diversi problemi… perché aveva molti problemi!

Quale eredità ha lasciato?

Che la vita vale la pena di essere offerta per amore. Solo una vita donata per amore, una vita fatta dono, fatta missione, vale la pena di essere vissuta. Ecco perché è andata fino alla fine per dare la sua vita per la pace, per amore del popolo Shuar e del popolo dei coloni.

Qual è il ricordo più bello che ha di suor Maria Troncatti?

Ho avuto la fortuna di incontrarla quando ero nella prima fase della formazione, quando ero un’aspirante. Aveva viaggiato da Sucúa a Macas in un piccolo aereo, per curare una persona malata. Era sola con la sua valigetta e il suo grembiule bianco. Lungo il tragitto una ruota si è staccata e così da Quito hanno detto di tornare indietro. Il volo verso Quito è stato una disperazione per il pilota e la famiglia che viaggiava. Suor María Troncatti, con il rosario in mano, pregava come faceva in ogni pericolo, in ogni malattia. Arrivato a Quito, l’aereo volò fino a quando la benzina finì e lentamente scese senza pericolo. A terra erano pronti con le motopompe perché l’aereo stava per prendere fuoco. Il pilota si è inginocchiato ai piedi di Suor Maria, ma lei è andata via correndo ed è arrivata in aspirantato. E io la ricordo come se fosse oggi mentre ci parlava dei pericoli che affrontavano, di come il diavolo si impossessava dei giovani e loro passavano notti intere a pregare il rosario perché il giovane potesse dire l’Ave Maria, perchè una volta pronunciata questa frase, il diavolo lo lasciava. Poi incoraggiava noi aspiranti a coltivare quell’amore per Dio, quell’amore per i più poveri, per i bisognosi, e che presto anche noi saremmo andate in missione.

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