Includere tutti

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Il termine inclusione indica una strategia finalizzata alla partecipazione e al coinvolgimento di tutti gli studenti, nell’intento di valorizzare al meglio il potenziale di sviluppo e di apprendimento di ciascuno. Si configura come il tentativo di rispettare le necessità o le esigenze di tutti, progettando ed organizzando ambienti di apprendimento e attività, in modo da permettere a ciascuno di partecipare alla vita della classe e all'approfondimento delle diverse discipline in modo attivo, autonomo, efficace e utile per sé stessi e per gli altri.

Inclusione è più di integrazione. Nell’integrazione si rimane fermi alla distinzione tra persone disabili e persone senza disabilità. Nell’inclusione, invece, si punta l’attenzione sulla relazione congiunta, vale a dire sul fatto che tutti i soggetti siano coprotagonisti di un’azione didattica, ognuno con i propri bisogni, ma con gli stessi diritti di partecipazione e di autonomia.

L’inclusione richiede che tutto il personale dell’ambiente educativo, in primis educatori e docenti, si mobilitino e assumano un atteggiamento di apertura, di accoglienza degli stimoli che propone la presenza, nel gruppo classe, di persone diversamente abili o svantaggiati dal punto di vista socioculturale o semplicemente di coloro che per la diversità di lingua, di cultura e di esperienza presentano differenti bisogni educativi. I docenti sono chiamati a mettere in atto un processo educativo efficace che comporta l’acquisizione, da parte loro, della capacità di mettere tra parentesi gli schemi abituali di riferimento in cui si annidano i pregiudizi per aprirsi al significato che l’altro individua nei vissuti che sta sperimentando. Tale fatto richiama la necessità che l’adulto sia capace di decentrarsi e di gestire i propri processi cognitivi ed emozionali.

Il ruolo del docente è di fondamentale importanza poiché dalla sua azione dipendono la formazione e lo sviluppo delle persone in crescita implicate nei percorsi di apprendimento. La qualità della scuola è legata alla qualità del personale docente, quindi, la maggiore attenzione è da rivolgere soprattutto alla formazione dei docenti, con il fine di assicurare competenze che permettono agli insegnanti di essere protagonisti del funzionamento e agenti di cambiamento della scuola, soprattutto, quando essa si propone di essere inclusiva.

Universalità

Oggi, nella letteratura scientifica, si parla sempre di più di “universalità”, termine che sta prendendo il posto di “inclusione”. Con il termine universale si intende la didattica capace di pianificare e dirigere la propria azione educativa nel rispetto di tutte le variabili personali che compongono la classe e la comunità scolastica. È la didattica di base, generale e disciplinare, che si rivolge al 100% degli alunni e delle alunne e si costruisce a partire dalle differenze presenti in classe (Cf. Pedrinazzi L. 2023).

Si supera in questo modo l’idea che l’inclusione sia una pratica dedicata solo al sostegno, al recupero e al rinforzo di alcuni alunni in difficoltà. Molti bambini e ragazzi con difficoltà di apprendimento colpiscono per la loro eccezionalità, che si esplicita in debolezze significative, ma anche in sorprendenti competenze. Nondimeno, bambini e ragazzi particolarmente brillanti negli apprendimenti presentano spesso disarmonie nel rapporto tra la sfera cognitiva, altamente sviluppata, e quella emotiva, più fragile. Anche solo da questi semplici esempi ci si rende conto di quanto sia ormai necessario pensare ad un lavoro sistematico di riconoscimento delle peculiarità individuali di ciascuna persona.

L’approccio universale è quello che pone al centro lo studente, come soggetto che apprende in modo originale e costante. Progettare in modo universale non significa semplificare, ma porsi traguardi ampi e complessi, che possano essere raggiunti a livelli e in modi diversi. La classe universale, quindi, può essere considerata come una bottega artigiana del sapere in cui si smontano e si rimontano artefatti culturali e che ha la funzione di fare opera di design culturale.

La nostra speranza è che i molti progressi a cui stiamo assistendo contribuiscano a dare volto e concretezza a una scuola veramente di tutti in ottica di educazione e didattica democratica; oggi la democrazia, intesa come reale opportunità educativa per tutte e tutti, può veramente compiersi solo in una classe universale che sappia arrivare a una reale presa in carico delle difficoltà e potenzialità di tutti gli studenti.

Nella pratica educativo-didattica quotidiana è difficile per un docente tenere in considerazione le numerose variabili che concorrono all’universalità della sua azione sugli studenti, ma il compito può essere facilitato se si tengono in considerazione tre parole chiave.

Osservare

La progettazione è compito necessario e doveroso di ciascun docente, ma è anche importante portare avanti quanto programmato osservando la ricaduta delle diverse attività sugli studenti, così da poter modificare o aggiustare una rotta che potrebbe rivelarsi inadatta al raggiungimento della meta prefissata. L’osservazione è una pratica che necessita di rigore e sistematicità per arrivare a fornire informazioni reali. Per tenere traccia nel tempo di quanto osservato è possibile tenere un diario di bordo con una sezione dedicata a ciascun alunno, completa di griglie di osservazione e spazi per le annotazioni, e predisporre un calendario da seguire per non dover osservare tutti gli alunni nello stesso momento, ma dedicare a ciascuno il giusto tempo. Ridurre il numero di studenti da osservare durante una giornata, rende la pratica più fattibile. In questo modo si ha la possibilità di dare continuità all’azione, e proprio da questa continuità si potranno poi trarre informazioni migliori.

Predisporre

Per avvicinarsi agli studenti è necessario fisicamente modificare anche lo spazio dell’aula e divenire insegnanti senza cattedra. Lo spazio fisico condiziona l’apprendimento e ha una grande importanza nel processo di sviluppo fisico, intellettuale, emotivo e sociale di bambini, preadolescenti e adolescenti. Uno spazio flessibile, che possa essere modificato e adattato alle diverse attività, rende l’azione didattica più incisiva. Spesso le scuole hanno aule grigie e vecchie, ma bastano pochi accorgimenti per rendere più accattivanti anche spazi vetusti (possibilità di modulare i banchi secondo schemi diversi: a isole, a coppie, singoli).

Valorizzare

L’arte, la discussione e il confronto, la scrittura creativa sono vita e scuola, non orpelli o appendici di altro, di qualcosa di più serio e importante. I bambini, i ragazzi apprendono utilizzando diverse intelligenze e abilità, che possono essere sviluppate se esercitate e messe nella condizione di interagire tra loro. Se tutti gli esseri umani avessero la stessa mente ed esistesse un solo tipo di intelligenza si potrebbero insegnare le stesse cose allo stesso modo, ma poiché esistono diversi stili cognitivi e di apprendimento, l’insegnamento che considera tutti allo stesso modo si rivela ingiusto e insufficiente, perché spesso predilige l’intelligenza logico-matematica e linguistica. Sono queste abilità che a scuola vengono maggiormente esercitate e misurate, le cosiddette intelligenze scolastiche. Offrire alle nuove generazioni percorsi ampi, complessi e creativi, all’interno dei quali ognuno possa realmente coltivare le proprie peculiari capacità e sentirsi efficace è una priorità.

Le scuole, nei diversi continenti, stanno progressivamente perdendo una fetta sempre maggiore di studenti, che hanno, negli anni, sperimentato frustrazione, incomprensione, mancata valorizzazione dei talenti.

Le soft skills, le arti, le competenze sportive e musicali, l’insegnamento della religione sono tessere uniche ed inimitabili del puzzle che compongono la crescita e il benessere di ogni persona e non possono essere relegate a progetti di contorno, ma devono essere inserite nel percorso didattico di ciascuno, affinché tutti possano sperimentarsi e comprendersi meglio per crescere come cittadini onesti e, per chi crede, come cristiani capaci di testimoniare che la morte non ha l’ultima parola sull’esistenza umana. È la speranza certa della vita vittoriosa sulla morte che ci dà il coraggio di andare avanti con impegno e responsabilità.

Alla scuola dei testimoni della speranza: Madelein Delbrêl

In una conferenza del 1934 Madelein Delbrêl si domanda che cosa sia non avere speranza e afferma:

«Chi prende sul serio ciò che ha fatto manca di speranza. Bisogna prendere sul serio tutto ciò che facciamo, non ci sono piccole cose da fare, ma siamo piccola gente noi. Ma non bisogna prendere sul serio ciò che abbiamo fatto noi, non è mai l’ultima parola del problema, volersi fermare a una esperienza è fermare la frase nel bel mezzo, non abbiamo mai noi l’ultima parola.

Chi crede nella mediocrità della vita, manca di speranza. La vita è come l’acqua, prende la taglia del recipiente in cui la si mette. Chi dice su tutti gli argomenti – conoscenza, dedizione, riflessioni, azioni – fino a qui e non oltre: questi manca di speranza.

Chi crede che tutto è stato fatto e che siamo sulla terra solo per applaudire i nostri predecessori, costui non ha speranza. Non attende il compito che ogni uomo che viene al mondo si trova davanti, compito proporzionato non agli sforzi che vorrà fare, ma al massimo di sforzi che dovrà fare.

Mancare di gioia infine è mancare di speranza. Chi spera attende ogni momento il segnale di un’azione, ogni azione può essere una gioia che doniamo e ogni gioia donata è gioia per il donatore» (Delbrêl M., Conferenza su Péguy, 1934).

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