Essere vicini, essere prossimo

01
“Le donne consacrate sono chiamate ad essere in modo del tutto speciale, e attraverso la loro dedizione, vissuta con pienezza e gioia, un segno della tenerezza di Dio verso l'umanità e una testimonianza unica del mistero della Chiesa, che è vergine, sposa e madre».a

In questo periodo, abbiamo tutti letto, approfondito e pregato sulle esperienze di vita di Santa Maria Troncatti. Lo zelo missionario si è riacceso nei nostri cuori; abbiamo ascoltato con profonda emozione la testimonianza del signor Juwa Bosco e di come, attraverso la sua fiducia in Maria Troncatti, Dio abbia agito nella sua sofferenza, restituendogli il dono della vita…

Non resta molto da svelare, ma resta molto da continuare a celebrare e anche da riscoprire in questa nostra sorella che, ne sono certa, non avrebbe mai immaginato di essere proposta come modello di santità.

Tra le tante cose ascoltate, nella mia mente e nel mio cuore risuonano due parole: “madre buona” e un elemento semplice che rafforza queste parole: la cassetta del pronto soccorso che suor Maria Troncatti portava con sé in ogni visita. Parola e segno stranamente uniti da colei che incarnò l’esperienza di essere prossima e essere “prossimo” nella selva amazzonica ecuadoriana, fin dal suo arrivo nel 1922.

Cosa possiamo dire di nuovo su questa realtà? Come in molti altri paesi, la convivenza tra i coloni e le tribù originarie non fu facile. Le resistenze erano da entrambe le parti, ma gli shuar, che vivevano nei domini dei loro antenati, vedevano colpite la propria cultura, l’economia rudimentale, la spiritualità e, soprattutto, la propria libertà. Le leggi di colonizzazione usurpavano le loro terre, li trasformavano in manodopera a basso costo e aumentavano pericolosamente la discriminazione e l’emarginazione, favorendo una grave crisi d’identità tra le diverse generazioni di shuar.

Nei centri abitati creati dai bianchi non mancavano la scuola, un piccolo dispensario medico e la cappella, segni di “civiltà”, ma erano spazi che gli indigeni non sentivano come propri, bensì come luoghi che li sradicavano e li costringevano a ritirarsi nel tentativo di mantenere le proprie radici e la propria storia per non estinguersi come popolo. Questi erano i motivi della violenza, dei disaccordi e dell’odio tra coloni e shuar, dove questi ultimi erano naturalmente i meno favoriti.

In questa realtà e con queste tensioni arrivarono le missionarie Figlie di Maria Ausiliatrice nel Vicariato di Méndez, tra cui la nostra sorella Maria Troncatti. Arrivarono in un tempo in cui non si parlava di essere “Chiesa in uscita” e in cui spesso (e involontariamente) la Chiesa era alleata del potere e non di chi soffriva a causa di quel potere. Questo non vuole essere un testo di rivendicazione, ma solo esplicitare una realtà che ci aiuterà a definire ulteriormente la semplice figura di suor Maria Troncatti e la sua scommessa sulla dignità della persona.

Il 9 marzo 2013, il cardinale Jorge Mario Bergoglio affermava: «Evangelizzare comporta per la Chiesa la parresia di uscire da se stessa. La Chiesa è chiamata a uscire da se stessa e andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche le periferie esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, dell’ignoranza e dell’indifferenza religiosa, del pensiero, di ogni miseria».1

Suor Maria non era un’erudita e non aveva una grande formazione intellettuale, ma seppe camminare come esperta in questo sentiero tortuoso. Portava il rosario in una mano, la croce sul petto, una piccola valigetta di pronto soccorso e il cuore disponibile verso coloro che abitano le diverse “periferie” della selva ecuadoriana. La sua valigetta si apriva alle necessità di tutti; sapeva guarire non solo le ferite fisiche, ma anche quelle dell’anima. Non importava il colore della pelle o la lingua, non importava se fosse un indigeno o un bianco, non c’erano orari né regolamenti; lei era lì, era una presenza che parlava di cura, di perdono, di fraternità. Dalla sua valigetta le medicine si moltiplicavano e il cuore di chi le riceveva si rinvigoriva anche attraverso l’ascolto, il dialogo e la comprensione.

Si è fatta vicina e “prossima”, rispondendo alla domanda che Gesù pone nella parabola di Luca: «Chi è stato prossimo del ferito?»2; ha mostrato con la sua vita la misericordia del Padre. La compassione dimostrata non è solo frutto del fare, ma dell’essere. Prima di arrivare all’azione, passava per il cuore nel suo incontro quotidiano con Gesù e sua Madre; dal silenzio e dalla preghiera all’alba di ogni giornata imparava il senso della donazione senza misura.

Lì, alla scuola della preghiera, si è andata configurando come sorella, come accompagnatrice, come donna che guarisce, come guida, ma soprattutto come madre. Con questo nome la si ricorda oggi con affetto. La vicinanza l’ha portata a provare compassione per gli altri, l’essere “prossimo” l’ha fatta crescere nell’amore e la maternità le ha permesso di vincere la violenza instaurata, le tensioni, le barriere razziali e trasformarle in esperienze di solidarietà, convivenza pacifica, apprendimenti condivisi e incontri che fiorirono in nuove generazioni di figli per Dio e per la Chiesa.

Il suo cuore materno e la sua valigetta di pronto soccorso non fecero distinzioni in nessun momento. Tuttavia, non smise mai di essere un’educatrice capace di stabilire limiti per entrambe le parti della popolazione, se necessario, e di avere attenzioni per ognuno di quelli che si avvicinavano a lei: vestiti, scarpe, libri, dolci, denaro… trovava sempre il modo di accontentare tutti.

Una delle parole che affiorava in ogni necessità era: Madre! Pronunciata da un bambino, da una madre di famiglia o da un fiero guerriero; dall’infermiera o dal medico del dispensario, dal sindaco o dall’illustre avvocato, dagli abitanti del paese o dai visitatori del villaggio. Questa parola risuonò anche tra la comunità shuar il giorno della sua morte: “La nostra Madre, Suor Maria Troncatti, è morta”.

Oggi possiamo dire che è ancora viva e ci provoca con il suo esempio, perché riconoscere che una donna consacrata, che ha scelto di donarsi a Cristo rinunciando alla capacità di generare vita nel proprio grembo, sia chiamata Madre è una grande sfida. È scoprire che è stata capace di essere feconda e creativa con la sua testimonianza, un segno vero della tenerezza di Dio per l’umanità.

a. Esortazione Apostolica Postsinodale Vita Consacrata, n. 57
  1. Discorso tenuto ai cardinali nel pre-conclave, pochi giorni prima dell’elezione di Papa Francesco. ↩︎
  2. Luca 10:25-37 ↩︎

Condividi

Dalla rivista

Editoriali

Come il padre ha mandato me così io mando voi! (GV 20,21) Gesù invia in missione perché desidera che il suo amore e il suo ...

Formazione
Non è forse rischioso parlare oggi di santità? Come comprenderla, come proporla alle nuove generazioni di credenti al di là delle ambiguità, degli stereotipi o ...
Filo di Arianna
Così era affettuosamente chiamata Suor Maria Troncatti dagli indios Shuar dell’Ecuador, la popolazione presso la quale ha vissuto molti anni come missionaria. Madrecita è un ...
Orizzonte famiglia
Conoscere la figura di madre Maria Troncatti è un dono per chi desidera comprendere come la missione possa essere sorgente di gioia autentica. Ciò che ...