La felicità nella missione

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Conoscere la figura di madre Maria Troncatti è un dono per chi desidera comprendere come la missione possa essere sorgente di gioia autentica. Ciò che colpisce nella vita di questa suora non è solo il coraggio con cui ha affrontato la selva amazzonica, né la dedizione con cui ha curato feriti, consolato famiglie, riconciliato comunità in conflitto. La sua felicità non può essere legata soltanto al “fare cose”; sta nel modo di guardare, di ascoltare, di farsi prossimo con rispetto, di creare luoghi di speranza: un cortile, un ospedale, una classe, un laboratorio, un incontro personale. Si ammira in lei la felicità limpida con cui ha vissuto la sua missione: una gioia che non ignora la fatica, ma nasce dal sentirsi al proprio posto e dal saper affrontare con leggerezza le fatiche relative: la felicità si conquista lottando ogni giorno, mentre è difficile trovarla quando tutto è facile.

Di Maria Troncatti si legge: “‘Con tutto il cuore’ era il metro di misura della sua passione missionaria, tanto che, quando la Madre generale la manda a lavorare nella selva amazzonica, afferma che è ‘ogni giorno più felice’ della sua vocazione religiosa e missionaria” (Madre Chiara Cazzuola, Circ. 1046). Le consorelle confermano: il suo sorriso aveva la forza di una benedizione, rivelava una donna abitata da Dio, che irradiava pace a chiunque incontrasse perché aveva trovato la sua missione. 

Si può e si deve ammirare la bellezza di vite esemplari come quella della Troncatti, ma sapendo che ognuno ha da realizzare la sua missione specifica insostituibile, mai troppo piccola o insignificante agli occhi di Dio. Per questo non è bene riservare il vocabolo ‘missione’ al puro ambito della consacrazione religiosa, come indice di superiorità vocazionale. Neanche è bene pensare di vivere la vita come una fotocopia della sua. Ancora peggio è insistere nell’indicare ai figli un modello da imitare: potrebbero soccombere nello sforzo di assimilarsi ad una missione che non è la loro.

Oggi, in ambito laico, usiamo la parola missione (mission all’inglese) per specificare l’obiettivo principale che una persona o azienda si prefigge con dedizione, coinvolgendosi pienamente nel metterla in atto. Ci sono mission specifiche legate a obiettivi di breve o media durata e c’è la mission a più ampio raggio, che coinvolge il senso della propria vita. È quest’ultima, liberamente accolta e perseguita, che decide la felicità della persona.

Quante sono le persone che riescono a individuarla e aderirvi tenacemente, fedelmente? Difficile calcolarlo. Quel che è certo è che quanti non vi riescono mancano di obiettivi che diano significato al vivere e finiscono col mostrare volti tristi, apatici, umanamente e spiritualmente sterili. Le società contemporanee sono purtroppo piene di morti viventi.

Nelle famiglie, ai genitori che crescono i figli dando il meglio di sé, specie a partire dalla prima adolescenza, capita di non riuscire più a vederli sorridere spensierati, quando non se li ritrovano classificati come NEET (Not in Education, Employment or Training). È deludente per loro constatare che è sparita la meraviglia dei bimbi e al suo posto dominano insoddisfazione, fragilità, solitudine, incertezza affettiva, paura di non essere all’altezza, disinteresse nello studio, mancanza di senso della vita. Ragazze e ragazzi rimangono a lungo sospesi tra l’attrazione per il piacere immediato e il desiderio profondo di qualcosa che resti, tra il bisogno di affermarsi con i compagni e l’ansia di prestazione. Recepiscono dalla cultura contemporanea emozioni fugaci, modelli competitivi presentati come vincenti, successi da raggiungere in fretta e col minore sforzo, relazioni prive di profondità e continuità. Eppure le inquietudini non possono spegnere l’aspirazione ad una felicità che non sia fragile né momentanea, che duri, che abbia radici e futuro.

La felicità è iscritta nel cuore umano dal Creatore, come seme di una chiamata ad un compito da realizzare. Se così non fosse, come avrebbe potuto Aristotele parlare di aspirazione universale alla felicità come pienezza di vita? Da filosofo egli la vedeva come il fine ultimo della vita umana, il traguardo verso cui ogni individuo aspira, e la identificava con la realizzazione delle proprie potenzialità e il compimento della propria natura a livello fisico, psichico, affettivo e spirituale.

Ci vuole amore e genialità nei genitori per intuire e sostenere la specifica missione di ogni figlio, evitando che s’impantani nella conquista del successo e del denaro. Ciascuno deve imparare ad essere felice a modo suo. Per fare un esempio, come potremmo pensare a un Jannik Sinner felice se per qualche ragione fosse costretto ad abbandonare il tennis? Impossibile, perché sin da piccolo, alla ricerca del meglio per sé e sostenuto dalla sua famiglia, si è reso conto che con la racchetta riusciva a fare meglio e che quel gioco gli dava una soddisfazione che altrove non avrebbe trovato. Così facendo ha trovato non solo la gioia di realizzare il suo talento, ma ha fatto anche della sua vita un dono al mondo intero. Come nel caso di Sinner, così per ogni persona è un danno impedirle di realizzare il proprio talento, la propria vocazione.

La felicità ha sempre un volto concreto: nasce quando ci si sente membri di una famiglia che sostiene e incoraggia. Sta ai genitori custodire nei figli questi semi di vita felice, difendendoli da miti illusori. È loro compito primario creare ambienti educativi in cui i figli acquisiscano la certezza di essere preziosi, possano respirare fiducia, sperimentare la gioia dello stare insieme, riposare nel cuore di adulti capaci di ascoltarli senza giudicarli. I bravi genitori solo raramente e se spinti dalla necessità s’impongono. Nella quotidianità, piuttosto accompagnano, camminano accanto, incoraggiano. Questa loro presenza discreta, costante, fiduciosa alimenta nei figli il desiderio di diventare migliori. I figli hanno bisogno di fare esperienza di famiglia: una casa in cui essere accolti senza condizioni, in cui la loro voce trovi ascolto, in cui anche quando sbagliano possono confidarsi, sapendo di essere perdonati.

I genitori non dovrebbero scansare tutti gli ostacoli dalla vita dei figli per evitare loro fatica e sofferenza. Non è bene spianare continuamente la strada, impedendo che si formino muscoli adatti alle battaglie della vita. Le missioni personali implicano un esercizio faticoso che non può essere evitato. Non si tratta di identificare una vita buona con la sofferenza, calcando la mano su una sequela del Cristo che impone di subire la malasorte delle circostanze, quella imposta dalla cattiveria dei potenti e anche quella che tanti mistici si sono autoimposti. Un tale cristianesimo respinge i giovani. È piuttosto la vita laboriosa dei genitori che insegna a prendere le distanze da quel mondo facile, virtuale e scintillante che promette e tradisce. Qualunque sia la dotazione di natura e il talento di un figlio, mamma e papà possono trasmettere il gusto di mirare in alto nel gioco, nello sport, nel lavoro, nella vita spirituale, indipendentemente dall’eccellenza dei risultati.

I genitori dovrebbero liberarsi dall’ambizione di avere figli perfetti: insegnare sì a evitare errori, ma soprattutto creare un clima di comprensione per cui chiunque sbaglia sa che può rialzarsi, che c’è chi crede in lui/lei e gli dà una mano per riaccendere quella luce di positività che rigenera. Mamma e papà, col loro stile di vita, con l’amore reciproco testimoniano che la vita di una persona è sempre più grande delle sue ferite, che la Grazia può piovere dove sembra esserci solo deserto, che un figlio riprovevole ha comunque in sé semi di bontà creaturale da alimentare, come sosteneva don Bosco: “In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene”.

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