Vocazione educativa e missione
Nel suo itinerario vocazionale e formativo come Figlia di Maria Ausiliatrice, Maria impara a prendersi cura in modo integrale: a Varazze, come infermiera in tempo di guerra, assiste i soldati feriti; a Nizza Monferrato assume con fedeltà e delicatezza i compiti più semplici della comunità; a Guayaquil, Chunchi e poi nella selva amazzonica improvvisa ambulatori, accompagna orfani, sostiene le famiglie e si lascia plasmare dalla sofferenza del popolo. La sua leadership nasce lì: nell’ascolto, nella presenza vicina, nella capacità di organizzare risorse limitate perché nessuno resti abbandonato.
Quando giunge in modo definitivo nella selva dell’Ecuador, la sua missione tra la popolazione shuar e i coloni incarna in modo sorprendente ciò che oggi chiamiamo leadership per la cura. Di fronte a epidemie, emergenze sanitarie, conflitti tra gruppi, minacce contro la missione e persino la distruzione di Sucúa, Maria non esercita una leadership autoritaria o difensiva: visita le case una per una, cerca chi ha provocato il male, promuove la riconciliazione, invita a riparare il torto, mantiene aperta la parola quando molti vorrebbero rispondere con violenza. La sua autorevolezza si fonda sulla fiducia che genera, sulla coerenza tra ciò che crede, ciò che annuncia e ciò che fa.
Pedagogia della cura
Negli ultimi anni, il concetto di leadership per la cura ha acquistato particolare rilievo in ambito educativo. Esso viene inteso come una modalità di conduzione della comunità in cui la priorità non è soltanto il risultato scolastico o l’efficienza organizzativa, ma la dignità, il benessere e la qualità delle relazioni. Chi guida si riconosce responsabile di creare condizioni di sicurezza, fiducia e riconoscimento per studenti, docenti, famiglie e personale di supporto. Non si tratta di aggiungere alla gestione qualche gesto sporadico di gentilezza, bensì di riconfigurare l’esercizio del potere in chiave relazionale, etica e responsabile. È precisamente ciò che vediamo in Maria Troncatti: una donna che, a partire da una posizione di autorità religiosa e professionale, sceglie di esercitare la propria influenza servendo, curando, ascoltando, difendendo la vita.
Questa intuizione della cura non è una costruzione teorica a posteriori: traspare già nella sua prima lettera ai genitori da Macas, del 27 dicembre 1925, appena tre settimane dopo il suo arrivo. In essa narra con semplicità le fatiche del viaggio, le notti di paura per gli animali e la stanchezza estrema, ma rilegge tutto in chiave vocazionale: «Signore, tutto per voi! I sacrifici sono immensi, datemi la forza». Non si presenta come un’eroina solitaria, ma come una donna che si sa inviata e sostenuta; questo modo di situarsi rivela la “grammatica interiore” della sua leadership: prendersi cura significa, anzitutto, farsi carico degli altri a partire da una profonda fiducia in Dio.
Nella stessa lettera racconta come, senza i mezzi adeguati, debba realizzare il suo primo intervento chirurgico su una giovane indigena ferita da un colpo di fucile, servendosi di un semplice coltellino tascabile, e si limita a commentare: «Ho visto un miracolo». La sua professionalità “improvvisata” si unisce a una consapevolezza chiarissima che la vita dell’altro è un tesoro da custodire. Non parla di impresa personale, ma di miracolo e di gratitudine: questo modo di nominare ciò che fa educa la comunità a uno sguardo di rispetto e umiltà di fronte alla fragilità umana.
Emergono inoltre la sua percezione della missione come responsabilità storica ed educativa: «Il Signore mi ha chiamata ad un’alta missione, davvero qui è terra vergine, non sanno che esiste un Dio». Non si tratta solo di “andare ad aiutare”, ma di entrare in un territorio umano in cui la dignità è stata sistematicamente trascurata e dove l’annuncio del Vangelo diventa, allo stesso tempo, promozione umana, cura sanitaria, accompagnamento di donne e bambini, mediazione nei conflitti. Per questo chiede esplicitamente la collaborazione spirituale della famiglia: «Aiutatemi colla preghiera, il campo mio è grande ma è difficilissimo». La leadership per la cura che ella incarna non è autosufficiente né paternalista: convoca, coinvolge, chiede sostegno, riconosce i propri limiti.
Integrare oggi queste parole nella riflessione sulla leadership educativa permette di comprendere che, per Santa Maria Troncatti, prendersi cura non era un “di più” affettivo rispetto alla missione, bensì il modo stesso di viverla: guardare la realtà in faccia, toccare le ferite del popolo shuar, rischiare la propria sicurezza, organizzare le risorse e, nello stesso tempo, sostenere tutto in una relazione radicale con Dio e in una rete di legami che la accompagnano da lontano e nella comunità. In questo senso, la sua lettera è quasi un “manifesto” anticipato di ciò che oggi chiamiamo leadership per la cura.

Relazione che accompagna e umanizza
Nel contesto educativo attuale, segnato dalle tracce della post-pandemia, dall’aumento delle disuguaglianze, dal disagio del corpo docente e dalla fragilità socio-emotiva degli studenti, la leadership per la cura diventa decisiva. Le scuole che si prendono cura sono capaci di sostenere i percorsi educativi in contesti complessi, prevenire violenza ed esclusione, rafforzare la resilienza personale e comunitaria. In questa prospettiva, prendersi cura non è qualcosa di “dolce” o accessorio: è una strategia di giustizia educativa e, al tempo stesso, una scelta profondamente evangelica.
L’importanza di questo tipo di leadership risiede, almeno, nel fatto che essa:
• Umanizza la gestione scolastica, ponendo al centro i bisogni reali delle persone, e non solo gli indicatori.
• Rafforza la fiducia tra dirigenti, docenti, studenti e famiglie, condizione di base per qualsiasi miglioramento pedagogico profondo.
• Sostiene lo sviluppo professionale dei docenti, perché riconosce la fatica, accompagna i processi e genera culture collaborative.
• Promuove l’equità, prestando particolare attenzione a coloro che sono maggiormente esposti alla vulnerabilità.
• Rende visibili e valorizza i contributi della leadership femminile, storicamente legata a pratiche di cura spesso invisibilizzate, come quelle vissute ed esercitate da Santa Maria Troncatti nella sua missione.

Leadership per la cura e giustizia educativa
In sintesi, parlare oggi di leadership educativa senza parlare di cura significa restare a metà strada: non c’è trasformazione scolastica sostenibile senza forme di leadership che si prendano cura, che facciano della cura una politica, una cultura e una pratica quotidiana. La figura di Santa Maria Troncatti, con la sua vita donata fino alla fine — riconosciuta anche nei segni che accompagnano la sua beatificazione e il cammino verso la canonizzazione — diventa così un paradigma concreto di leadership per la cura: una leadership che unisce competenza professionale e tenerezza, organizzazione e compassione, fermezza etica e profonda misericordia.
Guardare alla sua testimonianza non è soltanto un esercizio di memoria grata; è un invito a ripensare oggi come vogliamo guidare le nostre comunità educative: da dove esercitiamo il potere, chi mettiamo al centro e quali ferite siamo disposti a toccare, curare e portare. Come lei, possiamo lasciare che la cura trasformi il nostro modo di dirigere, fino a poter dire, ciascuno nella propria missione: «Sono ogni giorno più felice della mia vocazione educativa e di servizio».