Gli indigeni Shuar e i Coloni dell’Amazzonia chiamano ancora sr Maria Troncatti lamadrecita, perché nelle difficoltà quotidiane e nelle conflittuali relazioni tra etnie, l’hanno sperimentata così. Gli atteggiamenti evocati dal termine madrecita sono quelli propri di chi, avendo raggiunto un adeguato livello di maturità umana e spirituale, si apre agli altri, al futuro, al Mistero; di chi avverte, nel profondo la chiamata a generare e a prendersi cura di quanto vive. È il settimo stadio delle fasi evolutive dello sviluppo psicosociale teorizzate dallo psicologo psicanalista Erik Erikson. Secondo l’Autore, generatività e premura sono le caratteristiche della piena maturità umana, le possibilità di chi ha superato, con le precedenti, anche la crisi dell’età adulta: la stagnazione1. Per stagnazione s’intende un vissuto in cui domina un’eccessiva cura di sé, indifferenza e chiusura nel confronto degli altri, paure e insicurezze camuffate di perbenismo, impoverimento personale. E’ un modo di essere che, trascurando soprattutto lo sviluppo di rapporti interpersonali aperti, capaci di relazioni empatiche e anche trascendenti, di prendersi cura degli altri, di andare oltre i propri interessi e di generare, impedisce di “rispondere pienamente alla vocazione umana.”2
“La generatività è la preoccupazione di stabilire e guidare la generazione successiva”.
(Erik Erikson)
Oltre alla teoria, l’esperienza ci dice che vari tratti della stagnazione si allargano e si allungano oltre i tempi dell’età adulta. A parte le possibili eccezioni, l’intrigante tendenza all’egocentrismo, la tentazione all’indifferenza per gli altri, a vedere solo il proprio interesse, a scegliere ciò che è più comodo, non è mai completamente superata. Sotto l’influsso suadente e addormentante dell’attuale cultura del benessere consumistico, anche fra persone che ‘tendono alla perfezione’, si stanno ritenendo positivi e moderni, garanti di una sbandierata sicurezza, autonomia e libertà, atteggiamenti di autentica chiusura egocentrica.
Inteso anche nella sua accezione più ampia, generare si presenta tutt’altro che una situazione sicura e comoda. Richiede la forza di andare contro corrente e di aprirsi con fiducia al futuro; esige una buona dose di coraggio per superare le paure dei rischi non indifferenti legati all’evento di ogni maternità e paternità; domanda disponibilità a condividere tempi, spazi e libertà, a trascendere i propri interessi e a prendersi cura della creatura generata.
“Quando la generatività non trova espressione, subentra la stagnazione”.
(Erik Erikson)
Generare è una chiamata insita nell’essere vivente. Pur presentandosi impegnativa, scomoda, non esente da sofferenza e frenata dall’attuale clima culturale, non cessa di affascinare. Concorrere al mistero della vita, vederla nascere, sostenerla nella crescita, difenderla dalle insidie, riempie di senso l’esistenza e dona quella gioia profonda che nessuna ricchezza può dare, quella gioia che il sorriso luminoso della nostra Madrecita rivela.

L’attuale occasione di ‘incontrare’ una normale persona consacrata che ha vissuto in pienezza la vocazione alla maternità sollecita alla riflessione. Mentre fa riemergere sentimenti di grande riconoscenza nei confronti di chi, con tratti materni e paterni, ha contribuito alla propria crescita, porta a valutare se e quanto si è contribuito o si sta contribuendo a far fiorire vita e stimola a verificare con quali mezzi una persona è riuscita a tanto.
Le immagini della valigetta e del rosario che suor Maria portava con sé possono dare una risposta. Se osservate con uno sguardo che va oltre la forma e collocate nella storia del suo vissuto, possono diventare come un simbolo che tiene insieme, nasconde e rivela, rinvia ad altro. L’immagine della valigetta richiama l’attenzione al fatto di avere ‘fra le mani’, con il dono della vita, piccole o grandi possibilità, strumenti poveri e rudimentali o anche efficienti. Il rosario rivela l’esistenza di una fede semplice e incarnata, un’apertura all’Alto colma di fiducia. Armonizzate insieme danno pienezza di umanità, infondono la forza e il coraggio di affrontare le apparentemente insuperabili sfide della vita e consentono una allargata maternità.
La dimensione materna che emerge in sr. Maria Troncatti e che le ha consentito di generare abbondanza di vita attorno a sé, trova la sua ragione in una profonda intimità con il Signore e in un rapporto di fiducioso affetto con Maria Ausiliatrice.3
L’apertura, l’unione, le relazioni di piena fiducia con l’Ineffabile nutrite di preghiera costante: il rosario, con le risorse personali, hanno reso efficaci e fecondi i poveri e rudimentali strumenti a disposizione: la valigetta.

La Selva amazzonica, patria di elezione e campo di battaglia della nostra Santa, è unica e geograficamente collocata nell’America del sud. Ma, e da un certo punto di vista, le ‘selve amazzoniche’, i campi di battaglia, esistono ovunque. Nel percorso di crescita, ogni persona, con la chiamata alla piena maturazione umana, alla maternità, si trova a fare i conti con una ‘selva’ di crisi evolutive, difficoltà interne ed esterne, materiali e relazionali, stagnazione compresa.
Sr Maria Troncatti non è ‘passata’ inutilmente fra noi. L’essere diventata la madrecita per una popolazione segnata da odi ancestrali, in una selva piena di rischi e di insidie, con mezzi comuni e poveri, è uno sprone a non fermarsi al lamento di ciò che non c’è o ci potrebbe essere; è un incoraggiamento a creare, con i mezzi a disposizione, relazioni generatrici di vita anche nelle nostre piccole ‘selve amazzoniche’; è un invito a rendersi consapevoli che la preghiera, intesa come rapporto di piena fiducia nel Signore Gesù, il rosario, rende fecondi di vita anche gli strumenti più poveri e rudimentali, la valigetta. Senza sottovalutare l’importanza della formazione culturale, delle competenze personali e delle possibilità offerte dalla tecnologia, è importante andare avanti con i mezzi a disposizione, anche se poveri e rudimentali. Un semplice sorriso, un saluto, un gesto di fiducia, una richiesta di collaborazione, un incoraggiamento, un silenzio, avvolti dal calore e carichi di quella benefica energia che viene dalla preghiera, il rosario, possono concorrere a creare vita, possono contribuire a rendere le nostre ‘selve amazzoniche’ comunità fraterne, gioiose, feconde.
In questi ultimi tempi e con una velocità sorprendente, si sta profilando e imponendo, con le altre, una ‘selva amazzonica’ dalle dimensioni sconfinate e dalle potenzialità sfuggenti e difficilmente governabili: l’Intelligenza Artificiale. Le sfide, le paure, le domande che presenta anche nell’ambito della missione educativa, sono enormi. Sarà ancora il desiderio di bene ancorato saldamente nella fede-fiducia nell’Alto, l’antico rosario, a dare la forza alle nostre comunità religiose ed educanti di affrontare le sfide incombenti. Sarà ancora la fede-fiducia nel Signore Gesù a rendere fecondi, con i mezzi poveri a disposizione di tutte/i, anche gli strumenti della tecnica, la formazione culturale, le competenze professionali e le doti personali, la moderna valigetta.

- Cf ERIKSON H. Erik, Gioventù e crisi di identità, Roma, Armando Armando 1977, pag. 166 e seg. e anche l’Adulto, ulteriore opera dell’Autore che, per molti aspetti resta ancora un punto di riferimento. ↩︎
- Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Antiqua et nova, n. 20. ↩︎
- Cf www.mariatroncatti.org ↩︎