Maria Troncatti: una santità possibile!

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Non è forse rischioso parlare oggi di santità? Come comprenderla, come proporla alle nuove generazioni di credenti al di là delle ambiguità, degli stereotipi o pregiudizi che sembrano dominare nel comune sentire? Eppure, l’esigenza di ripensare la santità, perché non sia più identificata con qualcosa di straordinario, di eccezionale, di non imitabile o come una realtà vissuta da persone per lo più lontane dalla storia, che tendono a rinnegare i valori dell’umano, dal corpo al desiderio di benessere e di felicità, è stato l’umile obiettivo di Papa Francesco, il quale, nella Esortazione Gaudete et exsultate, ha voluto “far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità” (n. 2).

Una santità vivibile e sperimentabile da ogni cristiano che “vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova” (n.14), diventa “un riflesso della presenza di Dio” (n.7). Una santità che non aliena da ciò che è “umano”, ma al contrario mostra una potente carica umanizzatrice e una solida proposta di senso e di speranza anche per gli uomini e le donne del nostro tempo. È una santità liberante e capace di suscitare energia, vitalità e gioia (cf n.32), per questo diviene contagiosa e rende la persona sempre più feconda dinanzi al mondo, capace di irradiare intorno a sé pace e riconciliazione, fiducia e fraternità, comprensione e rispetto.

Non è un concetto astratto, ma una realtà che racconta in modo diretto, concreto e semplice come coloro che la vivono vengono trasformati interiormente e testimoniano un modo di amare, di relazionarsi, di collocarsi nel mondo e nella storia con l’audacia e la carità di Cristo riconoscendolo nei poveri e nei sofferenti, nei deboli e negli indifesi (n.96). 

Predisposizione ‘umana’ o lotta e determinazione nel cammino?

Santi si nasce o si diventa? È una domanda da sempre intrigante che accompagna la riflessione di chi è chiamato a educare e a formare le nuove generazioni alla vita cristiana, ancor più alla vita consacrata. Non si tratta di cercare risposte teoriche, che spesso puntando al dover essere inseguono un ideale di santità che ignora il faticoso e lungo cammino di crescita della persona nella costruzione della sua identità umana e cristiana, dimenticando le contrarietà e le vicissitudini della vita, le fragilità e le debolezze umane. La strada più semplice è quella di guardare all’esistenza concreta di chi ha vissuto e testimoniato una ‘santità possibile’, come sr Maria Troncatti.

Il racconto biografico della sua vita e le numerosissime testimonianze rilasciate nei Processi lasciano emergere elementi significativi che indicano un percorso di vita tutt’altro che facile e lineare. 

Da bambina felice, serena e profondamente legata ai suoi genitori, ad adolescente impegnata e ricca di esperienze maturanti, tra cui la cura educativa del fratellino Giacomo, Maria si manifesta subito forte e di carattere volitivo, con una grande capacità di lavoro e di responsabilità familiari. Vive una giovinezza decisamente orientata alla scoperta del senso della vita e del suo personale progetto vocazionale, che matura anche grazie alla lettura del Bollettino Salesiano. E tutto ciò grazie a un ambiente familiare e sociale impastato di lavoro, di vitalità e di bellezza, come le sue montagne, ma soprattutto di fede e di preghiera.

Allegra, vivace, aperta e affettuosa, molto intelligente ma innanzitutto attenta ad aiutare chiunque ne avesse bisogno. Nella vivace comunità di Corteno ricca di associazioni e di attività pastorali con la guida di parroci intraprendenti, Maria coltiva e accarezza un grande sogno, verso orizzonti sconfinati e impensati: “missionaria tra i lebbrosi” in una dedizione totale al Signore…

La strada che le si apre dinanzi si rivela subito difficile, colma di sofferenza e di ostacoli: il doloroso distacco dai genitori, in particolare dal papà che tanto l’amava e che non riusciva a benedirla, né a lasciarla andare, tanto grande era il dolore della perdita, la partenza da una terra che aveva configurato in lei una personalità forte ma sensibile alla bellezza di paesaggi del cuore che mai avrebbe dimenticato. “La partenza il distacco – scriverà ai nipoti – mi è costato molto: distacco dai miei genitori, dalle superiore, dalla patria, dalla lingua, da tutto… nell’entrare nel piroscafo ho detto addio per sempre. Nel cielo ci rivedremo”.

Oltre la “crisi” … l’ombra insidiosa della carenza di salute

L’impatto con l’ambiente di formazione, quello di nuove strutture di vita e quello fisico troppo diverso dal suo paesaggio natale dove era vissuta nel contatto diretto con una natura straordinariamente pura e di ampio respiro, la costatazione del limite al di là dei suoi sogni e della volontà di totale consegna di sé a Dio e alla missione, il dolore mai colmato della mancanza dei genitori e della sua famiglia, e altro ancora, rischiavano di bloccare la sua vitalità e la sua sicurezza, la sua intraprendenza e determinazione.

Andare oltre la ‘crisi del presente’ da sfida doveva trasformarsi in risorsa e poteva essere superata solo guardando al futuro e affidandosi ad esso: la sua vocazione missionaria e il suo amore ardente per il Signore.

In questa traiettoria di vita, Maria, apprende l’arte di saper attendere con fiducia l’ora di Dio, rafforzando la sua fede proprio nelle misteriose contrarietà legate in particolare a fragilità di salute per lei inedite e sconosciute ma che avrebbero potuto minare la realizzazione della sua vocazione personale. Nel “qui ed ora” ha imparato ad attraversare il dolore e la prova, ha compreso fino in fondo cosa volesse dire prepararsi a divenire un’autentica missionaria, capace di vincere la paura e l’insicurezza, affrontando sacrifici e difficoltà di ogni genere.

Coraggio nell’affrontare le complesse sfide della vita e della vocazione personale

Una santità esemplare la sua, che parte da una semplicità di vita, o meglio, dalla semplicità del cuore che nella tradizione spirituale cristiana è indice di un’autentica ricerca di Dio e di una risposta costante e fedele a una chiamata. Questo in sintesi è il percorso formativo che Maria Troncatti ha realizzato grazie a un ambiente familiare e culturale che l’ha avvolta fin dall’infanzia, a un clima relazionale significativo e di grande fiducia nella comunità e con le diverse mediazioni educative incontrate, a un chiaro orientamento verso traguardi di fede e di passione apostolica, a una forza interiore derivante dall’incontro con il Signore, fonte e centro di ogni desiderio.

Impara dalla vita, guardandosi attorno e ascoltando la realtà, apprendendo l’arte del servizio, anche quello rischioso del medico e del chirurgo, pur non possedendo un percorso di formazione specifica. Ciò non le ha impedito di gettarsi sul campo, in nome dell’obbedienza e della spinta interiore a fare del bene, ad aiutare chiunque fosse nel bisogno o nell’emergenza: una santità che alla fine non è altro che ‘carità’ pienamente vissuta, una santità che “non ci rende meno umani, perché essa è l’incontro della nostra debolezza con la forza della grazia” (n.34). La santità, infatti, non è un’espropriazione della nostra umanità, ma una grazia che ci rende «più vivi e più umani», perché essa è la «pienezza della vita cristiana» a cui tutti siamo chiamati. [n.21]

Così come accade molto spesso nell’esperienza salesiana, specie quella dei missionari e delle missionarie, laddove ciò che è impellente e che si fa priorità assoluta è la vita che preme, è il dolore e il grido dei piccoli, dei poveri, degli ultimi e degli indifesi.

La cura di ogni malattia o di gravissime situazioni fisiche per sr Maria va molto al di là del male da guarire. “Ragazzo, tu hai ben altri mali da guarire: hai il male dell’anima e questo si guarisce arrendendosi a Dio. Io ti medico ma tu cerca nel tuo cuore la forza del pentimento”.

Dove è il segreto di tanta audacia e fervore nonostante la fragilità, le paure e i limiti legati anche alla povertà di strumenti a disposizione per svolgere il suo delicato servizio della cura? Nella sua affascinante biografia sono numerosissimi gli episodi di salvataggi impensati, di guarigioni che hanno del miracoloso… ma il vero miracolo è quello dell’amore di chi, come Gesù, si pone accanto al dolore e si fa carico della persona chiunque sia, credente o no.

Vocazione e solitudine nello spazio segreto dell’interiorità

Il segreto della sua fecondità apostolica, soprattutto della sua esperienza missionaria è racchiuso nella capacità di entrare in contatto con le radici del suo stesso essere, là dove si ‘sprofonda’ in Dio e là dove ‘riaffiora’ incessantemente a partire da Lui. Di fatto, è l’interiorità lo spazio segreto dove si sperimenta in profondità la grazia di una presenza, dove il contatto con Dio non si interrompe mai, dove l’anima nella fede si lascia interpellare continuamente dalla luce che ne illumina l’esistenza e la concretezza delle circostanze o avversità della vita.

E ciò non si improvvisa… è frutto di un lungo cammino di crescita spirituale e personale che ha bisogno di incontrare condizioni anche esteriori che possano facilitarlo, nella ricerca di tutto ciò che permette che si liberi in noi uno spazio interiore nel quale immergersi per entrare in contatto con noi stessi e con il Dio presente in noi. 

La santità infatti è un cammino che parte dall’interiorità, dall’esercizio concreto e costante di vivere il tempo non come un vuoto da colmare o un ostacolo generatore di ansia, ma come un luogo interiore da dilatare, in cui ‘sostare’, nel quale ripensare alle cose che sono avvenute nella nostra vita e a ricercarne il senso sulla scia del continuo ascolto della intimità del cuore, laddove ci si incontra con Dio, con il suo Spirito che agisce in noi e ci trasforma.

Ciò presuppone la capacità di vivere la solitudine senza paura perché lo spazio interiore è sempre “abitato” da una presenza, dalla memoria del cuore, delle relazioni e degli affetti più cari.

Quanta solitudine ha vissuto sr Maria nella selva del cuore! La sua era una solitudine ‘abitata’ che le ha consentito di intraprendere l’enigmatico cammino che porta agli abissi del tempo e della memoria, colmo di presenze e di valori, di certezze e di speranza nonostante il dubbio e le paure.

Basti pensare all’amore dolcissimo della mamma, al suo affetto materno sereno ma sofferente per il dolore della lontananza, per la costante preoccupazione di saperla immersa in una realtà difficile e sfidante, spesso in pericolo, la sua preghiera unitamente a quella del papà implorante la benedizione e l’aiuto di Dio sulla missione della figlia sr Maria. Non sono forse il segno più eloquente di un’autentica compagnia, di una presenza di sicuro riferimento e di sostegno alla sua solitudine? Così scrive in una lettera del 13 luglio 1923: “Quanto mi consola il pensiero che i miei cari genitori pregano per la loro Maria! Sì, ho veramente bisogno dell’aiuto di Dio; la missione che il buon Dio mi ha affidato è difficile e arduo è il cammino”. 

La solitudine e le avversità del quotidiano non la piegano perché – come lei stessa scrive – “quel Dio che mi ha dato tanto coraggio non mi lascerà in abbandono: lo sento molto vicino. Gesù, direi, si fa sentire sensibilmente”. E ancora… “come avrei potuto avere tanta forza e tanto coraggio? E come potrei vivere così allegra e contenta, in un deserto straniero e direi quasi barbaro?”

Quella di Maria Troncatti è una santità vivibile, sperimentabile, vissuta nella semplicità del cuore e della vita. Una santità possibile, è la “santità della porta accanto”, cioè di coloro “che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio” (n. 7).

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