Aprire strade
Matamoros, città di confine messicana, un luogo dove la geografia sembra aver deciso il destino delle persone prima ancora che nascano. La scuola elementare “José Urbina López” sorge lì, in mezzo alla polvere e all’incuria, soprannominata “la scuola della punizione”. È un edificio che sembra una prigione a cielo aperto, circondato da un sistema scolastico corrotto, inefficace, che ha smesso di credere nella sua stessa funzione. In questo contesto, l’arrivo del maestro Sergio Juárez Correa non ha nulla dell’ingresso trionfale dell’eroe: è goffo, ma carico di vitalità.
Lingua originale: spagnolo
Genere: drammatico
Anno: 2023
Regia: Christopher Zalla
Paese di produzione: Messico
Produzione: 3Pas Studios et al.
Interpreti: Eugenio Derbez
Durata: 126 minuti
Trailer: YouTube

Radical (2023), diretto da Christopher Zalla, potrebbe sembrare a prima vista l’ennesima variazione sul tema dell’insegnante illuminato che salva i ragazzi difficili, nello stile de L’attimo fuggente, ma fermarsi a questa superficie sarebbe un errore. La pellicola, basata su una storia vera, scarta di lato rispetto alla retorica hollywoodiana grazie a una regia che preferisce il realismo alla facile commozione e grazie alla prova di Eugenio Derbez. Noto al pubblico sudamericano per ruoli comici, Derbez qui spoglia la sua maschera per vestire i panni di un uomo che ha solo l’intenzione di trattare i bambini come esseri pensanti.
Il cuore pulsante del film risiede nel metodo che Sergio introduce in classe. In un sistema che impone la disciplina del silenzio e la memorizzazione sterile in vista di test governativi standardizzati – utili solo a mantenere i finanziamenti e le apparenze – Sergio compie un atto di sabotaggio. Ribalta i banchi, elimina la cattedra, rompe la frontalità gerarchica. La sua è un’applicazione istintiva, e talvolta disordinata, di un’educazione libertaria. Si rifà all’idea che l’apprendimento si possa accendere attraverso la curiosità e l’autorganizzazione.
Sergio non si limita a trasmettere nozioni, crea invece uno spazio. In un mondo che per quei bambini è solo minaccia e prevaricazione, l’aula diventa un grembo sicuro dove è permesso sbagliare, domandare, esistere. La sua postura verso gli studenti – e in particolare verso Paloma, Lupe e Nico – richiama una forma di genitorialità sincera, quella capacità di “sentire” la vita dell’altro come preziosa e fragile, proteggendola con cura.

Tra gli studenti spicca Paloma Noyola Bueno, interpretata dalla giovane Jennifer Trejo. Paloma vive accanto a una discarica, figlia di un raccoglitore di rottami, eppure possiede una mente matematica capace di vedere l’universo. Il rapporto tra lei e Sergio è il motore emotivo della pellicola. Paloma è però anche la dimostrazione vivente che il talento è distribuito ovunque, ma le opportunità no.
Per questi ragazzi, inoltre, la pace non è solo l’assenza degli spari dei narcos (che rimangono un sottofondo sonoro costante e minaccioso), ma è la scoperta che esiste un altro modo di stare al mondo. Quando Sergio insegna loro a calcolare la densità di un oggetto o a discutere di filosofia, sta fornendo loro strumenti vitali. Sta dicendo loro che il futuro non è un vicolo cieco già scritto dalla violenza del quartiere. Offrire una prospettiva nuova, un orizzonte più largo della propria strada sterrata, è forse la forma più alta e silenziosa di pacificazione.

Tuttavia, Radical non ci risparmia la durezza della realtà. Sergio è un uomo che opera in un sistema malato, un ingranaggio che stride. La burocrazia scolastica lo ostacola, i colleghi lo guardano con sospetto, e lui stesso attraversa momenti di crisi profonda. Lo vediamo dubitare, crollare sotto il peso della responsabilità, sentirsi inadeguato di fronte alla vastità del problema. La sua non è una missione trionfale, ma una testimonianza faticosa, un “esserci” costante e doloroso nelle periferie sociali. La sua figura ricorda quella di chi decide di restare quando tutti scappano, di chi pianta semi su un terreno che tutti dicono essere sterile.
La regia di Zalla ci tiene incollati a questa terra. La fotografia è calda, quasi a farci sentire il calore soffocante e la polvere di Matamoros, ma sa aprirsi in momenti di lirismo quando i ragazzi scoprono la meraviglia della conoscenza. Non c’è il filtro patinato del cinema edificante, ma la grana della realtà, dove i successi sono parziali e le tragedie sono sempre in agguato.
La grandezza di Radical sta nel suo rifiuto di offrire soluzioni facili. Non ci dice che un buon insegnante può sconfiggere il narcotraffico o cancellare la povertà che, difatti, rimangono. Ci dice, però, che l’educazione rimane anche una forma di resistenza. Sergio, con i suoi maglioni stropicciati e i suoi metodi non ortodossi, incarna una resistenza che pone domande, senza urlare slogan.
Vedere questo film è un invito a guardare oltre le statistiche e i titoli di giornale sulla violenza, per incontrare lo sguardo di chi cerca, ogni giorno, di tenere accesa una luce. È un’opera che, senza mai nominarli esplicitamente, ci fa vibrare pensando alla dedizione verso l’altro e alla costruzione di un domani diverso. Dopo la visione, non si ha la sensazione che andrà tutto bene, ma si ha la certezza che, finché ci sarà qualcuno disposto a guardare un bambino e dirgli che è importante, non tutto è perduto.