Ogni esistenza porta in sé l’impronta delle proprie radici. I luoghi, gli affetti, gli incontri inattesi, le sfide affrontate nei primi anni non sono solo ricordi, ma tasselli fondamentali per il cammino futuro. Così è per Maria Troncatti, l’indomita missionaria della foresta amazzonica. La sua storia comincia il 16 febbraio 1883, a Corteno, un piccolo paese della Lombardia, incastonato tra la Valtellina e la Valcamonica, a mille metri di altitudine.
I suoi genitori, Giacomo e Maria Rodondi, sono persone semplici e concrete, abituate a scandire le giornate tra la preghiera e il lavoro, vissuto con sacrificio e generosità, intriso di fede profonda. Il giorno dopo la nascita, sfidando l’inverno alpino e la neve alta mezzo metro, raggiungono la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, dove la piccola Maria riceve il battesimo.


La bambina cresce serena in una famiglia numerosa, segnata dalla sofferenza: dei 14 figli, soltanto sei sopravvivono. Dal legame profondo con i genitori impara la fiducia nella Provvidenza e la resilienza. Dalla madre, in particolare, apprende l’abbandono totale alla volontà di Dio nei momenti di prova e di apprensione. Matura così quella fede granitica che la sosterrà in ogni sua difficile situazione.
Maria ha un temperamento vivace: giocherellona, allegra, decisa e servizievole. Ama pregare, aiutare i poveri e affrontare il lavoro con gioia. Molto vicina alla sensibilità di papà Giacomo che la chiama affettuosamente “il suo terremoto”.
La vocazione e la formazione spirituale
A scuola incontra un’altra figura decisiva, la maestra Margherita Buila, che le insegna non solo a leggere e scrivere, ma è per lei maestra dello spirito. La prepara a ricevere già a sei anni la prima comunione ritenendola in grado di comprendere e vivere il grande mistero.
Verso gli undici anni, mentre si trova all’Alpe, una nube si abbatte improvvisa, avvolgendo il paesaggio in una nebbia fitta. Maria smarrisce le caprette che aveva portato al pascolo, si disorienta e si perde. Cala la sera e l’intera montagna si vela di una coltre grigia, umida, silenziosa.
Il papà e i parenti la cercano allarmati, conoscono i pericoli della notte e il temperamento pauroso della bambina. All’alba la trovano, addormentata presso un cespuglio. Le chiedono se ha avuto paura. “No – risponde – avevo ancora nel cuore la grazia della mia comunione di domenica. E non avevo paura: il Signore mi ha custodita”.
Nel 1893 la maestra Buila, non essendoci la quinta elementare in paese, la prepara privatamente all’esame. Le propone la lettura del Bollettino salesiano. Tra quelle pagine Maria scopre don Bosco, i missionari e le missionarie salesiane che lasciano la patria per portare il Vangelo ai confini della terra. Ne rimane affascinata tanto da sentirsi profondamente attratta dal richiamo di quei popoli che non conoscono Gesù.
Sente germogliare in sé il desiderio di consacrarsi al Signore. Sogna di essere suora missionaria fra i lebbrosi, ma il suo sogno rimane nel cassetto perché si scontra con il parere contrario del padre.
Divenuta maggiorenne nel 1904, Maria scrive segretamente a don Rua, successore di don Bosco, chiedendogli di essere accolta tra le Figlie di Maria Ausiliatrice per diventare missionaria. Don Rua trasmette la richiesta alla Madre generale, Suor Caterina Daghero. L’Istituto è pronto ad accoglierla, ma lei deve vincere l’ostilità del padre.

La scelta di vita religiosa
Il 15 ottobre 1905 è il giorno della partenza. Maria lascia con determinazione la sua casa. Il papà nel salutarla si sente male e sviene, ma Maria, pur sentendo il dolore straziante del distacco, non si gira e non torna indietro. Giunge a Nizza Monferrato. Abituata alle montagne e all’aria aperta, si sente spaesata nel grande e organizzato collegio. È “un tremendo sforzo di adattamento”, ma la fede autentica, solida e il sogno di essere missionaria le fanno affrontare ogni fatica. “Signore, voglio essere tua per sempre. O Gesù, ho lasciato tutto ciò che avevo di più caro per venire a servirti, per santificare l’anima mia. Sì, tutto ho abbandonato: Tu solo ora mi rimani, ma Tu mi basti. Dammi tanto amore, tanto spirito di sacrificio, di umiltà, di abnegazione per essere strumento di bene a tante povere anime”.

La guarigione miracolosa e il servizio durante la guerra
Il 17 settembre 1908 è il giorno della sua prima professione. È inviata nella comunità di Rosignano Monferrato, un piccolo centro in provincia di Alessandria, con l’impegnativo compito della cucina. La sua salute, già provata durante il noviziato, diventa preoccupante, tanto da dover essere trasferita nell’infermeria di Nizza Monferrato. Riceve la visita di Don Rua che le chiede se vuole guarire. Suor Maria risponde con entusiasmo che desidera recuperare la salute per andare in missione. Pregano insieme tre Ave Maria. Don Rua le dà la benedizione e le dice: “se hai fede alzati”. Suor Maria si alza, guarita. Don Rua le profetizza che vivrà a lungo e farà tanto bene.
Trasferita a Varazze, vi rimane per dieci anni per riprendersi bene in salute e il 19 settembre 1914, può pronunciare i voti perpetui. Lo scoppio della Grande Guerra la porta a frequentare un corso per infermiere. Nell’ospedale militare è una presenza forte e materna per le tante giovani vite spezzate dall’inutile strage. Non solo medica i feriti, ma li accompagna con parole di conforto, spesso anche fino all’ultimo respiro. Non immagina quanto questa esperienza le sarà utile per la missione futura.
Poi, un’improvvisa inondazione del fiume Teiro. L’Istituto viene travolto. La suora sacrestana muore annegata, nel tentativo di salvare il Santissimo, Suor Maria invoca l’Ausiliatrice e le promette: “se mi salvi da questa inondazione, andrò missionaria”. Miracolosamente, lei e suor Chiara riescono a salvarsi.
La profezia e la partenza per l’Ecuador
Finita la guerra, Suor Maria è inviata a Nizza Monferrato come infermiera e, mentre una notte assiste una ragazza moribonda, Marina Luzzi, le chiede: “appena vedrai la Madonna dille che mi ottenga da Gesù di andare missionaria tra i lebbrosi”. Marina risponde: “No, suor Maria, lei andrà missionaria in Ecuador”. Suor Maria insiste: “Tra i lebbrosi…”. E Marina ripete: “Lei andrà in Ecuador”. Marina all’alba muore. Pochi giorni dopo, Madre Caterina Daghero le chiede di andare missionaria in Ecuador.
È il 1922, anno del 50° anniversario della fondazione dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Grandi festeggiamenti convocano a Nizza Superiore e Superiori da tutto il mondo, anche Monsignor Comin, Vescovo e Vicario apostolico dell’Ecuador, che, nel vedere la missionaria pallida e magra destinata alla selva, non dimostra molto entusiasmo, sottolinea, invece, tutti i pericoli e le difficoltà della vita in quei luoghi. Ma il Signore ha i suoi piani. Il 9 novembre, Suor Maria inizia il lunghissimo viaggio: nave, treno e infine a cavallo. La meta è Chunchi, nella regione amazzonica, dove le Figlie di Maria Ausiliatrice sono presenti dal 1912. Qui Suor Maria apre il “botiquín” per curare i più poveri. La sua amabilità conquista immediatamente i cuori sia degli indigeni che dei coloni.
L’ingresso nella selva e l’incontro con gli Shuar
Dopo due anni, il 26 ottobre 1925, suor Maria inizia la sua vera “avventura” nella selva in una spedizione accompagnata dall’ispettrice Suor Carolina Mioletti, che vuole rendersi conto di come vivranno le suore, e da Mons. Comin. Con queste testuali parole Suor Maria racconta l’esperienza:
Quanti giorni di sacrifici per arrivare a questa missione. Una gran quantità di kivaretti incontravamo per la strada tutti vestiti di piume, tutti armati, quasi per spaventarci. Però monsignor ci diceva: Avanti, avanti, fatevi coraggio, suore, andate incontro a una grande missione. È troppo poco la preghiera. Per convertire i selvaggi ci vuole sacrificio. Avanti! Passano giorni e giorni nella fitta selva, fiumi… Però un momento di scoraggiamento mi venne e dico: però monsignore, dove ci porta per interrarci vive? Sono già tanti giorni che camminiamo in questa foresta e ancora non arriviamo. Avanti, offriamo al Signore i nostri sudori, offriamo al Signore questi sacrifici. Avanti! C’è una grande missione, sono molti i selvaggi che non conoscono il Signore, ci vuole sacrificio.
Durante il terribile viaggio la comitiva si imbatte in un gruppo di ottanta guerrieri shuar. Il loro capo esige che Suor Maria guarisca la figlia, gravemente ferita al braccio. In caso contrario, nessuno dei missionari sarebbe rimasto vivo. Incoraggiata da monsignor Comin, con l’aiuto di un semplice temperino e la preghiera incessante di tutta la comitiva, Suor Maria riesce ad estrarre la pallottola. Conquista gli Shuar che ora la considerano la “guaritrice più grande di qualsiasi stregone”. E così l’avventuroso viaggio può proseguire e si conclude finalmente il 4 dicembre.

La fondazione della missione a Macas
Suor Maria descrive così la situazione: Arrivati a Macas dopo un mese di viaggio entriamo in una capanna. […] Monsignor Comin: Ecco il vostro campo, sorelle, ma non si capiva niente in questo momento. Era una tristezza che non si poteva vivere. Guardavamo intorno: solo foresta, solo un’oscurità. Monsignore, però che facciamo qui noi, non potremo mai far nulla con questi selvaggi che non possiamo neanche avvicinare perché basta guardarli perché fuggano, perché scappano, perché si arrampicano sulle piante. Non importa, offrite il vostro sacrificio, io mi accontento se in un anno voi potrete insegnare a uno solo di questi il segno della santa croce.
Si prega, si soffre, si invoca l’Ausiliatrice. E, finalmente, arriva la prima bambina. E poi un’altra. Piano piano la dimora delle suore si espande per accogliere bambini, neonati disabili condannati a morte, donne maltrattate, ragazze madri. Si arriva a celebrare il primo matrimonio cristiano tra due sposi che si scelgono liberamente senza imposizione dei genitori.
La “Madrecita buena”: un ponte tra due popoli
Suor Maria allestisce un ambulatorio, immediatamente affollato da gente povera, ridotta a una stentata sopravvivenza. Diventa la “madrecita buena” che accoglie tutti, coloni e shuar, pronta a recarsi ovunque, giorno e notte, anche attraversando il fiume Upano in canoa o a guado. La sua valigetta di pronto soccorso e la corona del Rosario sono gli strumenti che curano non solo il corpo, ma anche l’anima. “Io vi do le medicine, ma chi vi cura è la Madonna”.
Il suo lavoro è una lenta, paziente tessitura di riconciliazione tra due popoli, segnati da anni di conflitti: gli Shuar, sfruttati dai coloni, e i coloni timorosi del risveglio degli shuar che l’istruzione potrebbe rendere consapevoli dei loro diritti. Inserisce le prime due bambine shuar nella scuola frequentata solo da figlie di coloni: un potente segno di pace.
Un’attenzione particolare riserva alle giovani donne, forma infermiere cristiane, capaci di unire alla cura del corpo la formazione della persona, riconosciuta nella sua dignità.
A Suor Maria viene affidata anche la missione di Sucúa, dove dal 1947 rimane stabilmente. Promuove la costruzione di un ospedale, che viene affidato alla sua direzione. Una notte viene incendiata la missione salesiana. È tutto da ricostruire. Gli shuar impugnano le armi e si ribellano. Suor Maria interviene, l’unica che può parlare al cuore dei ribelli: “Vi abbiamo insegnato ad amare e a perdonare le offese. Se veramente mi volete bene, deponete le armi ai miei piedi”. E le obbediscono. Ma Suor Maria è ancora preoccupata: “Sarei molto contenta di poter offrire la mia vita perché torni la pace”.
E la sua missione si arresta bruscamente il 25 agosto 1969. Il piccolo aereo diretto a Quito precipita poco dopo il decollo. Suor Maria muore sul colpo, ma rimane viva, indelebile, nei cuori e nella storia del suo popolo che piange non solo una missionaria, ma una madre, la madrecita buena, l’artigiana di riconciliazione e di pace.

“La vostra tristezza si cambierà in gioia!”
8 novembre 2008 Venerabile
24 novembre 2012 Beata
19 ottobre 2025 SANTA
Il Cardinale Angelo Amato alla beatificazione di Suor Maria
Suor Maria Troncatti è stata dichiarata venerabile il 12 novembre 2008 e beatificata il 24 novembre 2012 a Macas, in Ecuador, durante il pontificato di Benedetto XVI. Nell’omelia della beatificazione, il cardinale Angelo Amato aveva delineato con chiarezza la figura di questa consacrata e missionaria, sottolineando come, nella quotidianità e nella semplicità dei suoi gesti di maternità e misericordia, è stata un «esempio di dedizione a Gesù e al suo Vangelo di verità e di vita». A più di quarant’anni dalla sua morte, suor Maria era ancora ricordata con profonda riconoscenza: «Suor Maria, animata dalla grazia, diventò una infaticabile messaggera del Vangelo, esperta in umanità e conoscitrice profonda del cuore umano. Condivideva le gioie e le speranze, le difficoltà e le tristezze dei suoi fratelli, grandi e piccoli. Riusciva a trasformare la preghiera in zelo apostolico e in servizio concreto al prossimo». Concludendo l’omelia, il cardinale Amato aveva rassicurato i presenti – tra cui molti appartenenti al popolo shuar – che «dal cielo la beata Maria Troncatti continua a vegliare sulla vostra patria e sulle vostre famiglie. Continuiamo a chiedere la sua intercessione, per vivere nella fraternità, nella concordia e nella pace».

La parola di Madre Chiara Cazzuola, Superiora generale delle FMA
Ringrazio il Signore per le grandi cose che opera nella Chiesa e nella storia del nostro Istituto, con l’intervento diretto di Maria Ausiliatrice.
Suor Maria Troncatti è una Figlia di Maria Ausiliatrice felice e fedele e, perciò, Madre! In Lei emerge chiaramente la dimensione materna che genera abbondanza di vita attorno a sé e trova la sua sorgente in una profonda intimità con il Signore. È una donna realmente appassionata di Gesù e per Gesù. Il segreto della sua incondizionata donazione nasce dalla preghiera costante, dal sostare davanti al suo Signore; dal lasciarsi riempire il cuore del suo Amore. Cammina con il Rosario in mano, affidata alla protezione di Maria, Aiuto e Guida nei momenti di gioia, di sacrificio, di pericolo. È Madre instancabile nel suo servizio ai poveri, ai piccoli, agli ammalati e sfiduciati, sia ai “suoi” cari shuar sia ai coloni che la chiamano affettuosamente madrecita. Si dona con tenerezza e amore all’umanità ferita testimoniando l’amore del Padre verso tutti.
Conservando i tratti di una donna umile e consapevole della propria fragilità, si realizza pienamente come missionaria salesiana, coraggiosa, audace, donna di frontiera, Figlia di Maria Ausiliatrice profetica, capace di inculturarsi in una realtà particolarmente sfidante come la selva dell’Ecuador, incarnando i tratti più significativi del carisma salesiano. Caratteristica della sua spiritualità è il rapporto di fiducioso affetto con Maria Ausiliatrice.
La sua filialità mariana non è solo sentimento, ma realtà profonda vissuta consapevolmente come itinerario di formazione cristiana e salesiana, che si trasforma in dono di maternità nello stile del Sistema preventivo. L’essenza della vocazione salesiana è, infatti, di carattere materno nell’accoglienza, nel rispetto dei ritmi di ciascuna persona, amore materno delicato ed affettuoso, ma nello stesso tempo fermo e deciso.
Nella selva amazzonica, come scrive lei stessa, è «ogni giorno più felice» della sua vocazione religiosa e missionaria e la misura della sua passione missionaria è sempre, come scrive ai suoi cari, «con tutto il cuore».
Nei 47 anni di vita missionaria, ha l’unico obiettivo di aiutare le persone a incontrare Gesù.
Cura le ferite dei corpi martoriati degli shuar, che si uccidono tra loro in nome della vendetta, ma cerca tutte le modalità per poter parlare loro di perdono, di riconciliazione, di Vangelo.
Agisce in difesa dei diritti e delle prospettive di bene degli indigeni, quando i coloni spadroneggiano su di loro e cura indistintamente gli uni e gli altri, li aiuta a vivere in modo più fraterno. Educa le donne colone a seminare tra la gente parole di bontà, di giustizia, di fratellanza, di eguaglianza sapendo che, attraverso il potere educativo delle donne, è possibile arrivare al cuore degli uomini, è possibile educare ad una convivenza reciproca più rispettosa.
Tutto questo fino all’offerta totale della vita.
Dopo la morte di suor Maria, coloni e shuar sentono ancora più forte la sua presenza e riprendono a convivere insieme con fraternità. Un segno evidente è l’arcobaleno che resta nel cielo fino al momento della sua sepoltura.