Nell’epoca del Neolitico, nella zona dell’Asia Minore, intorno al 6000 a.C., già si conoscevano strutture di questo tipo: a volte si trattava di una semplice cavità che delimitava uno spazio, altre volte di una pietra leggermente consumata che ruotava su un’altra. Nella regione della Mesopotamia e del Basso Egitto, tra il 3000 e il 4500 a.C., iniziarono a essere grandi strutture funzionali in legno o pietra lavorata e nel 3063 a.C. ne furono trovate in legno massiccio, con un sofisticato sistema di cerniere.
Così, a poco a poco, le porte entrarono a far parte della storia dell’umanità. Inizialmente per proteggere dal clima villaggi, città, templi e abitazioni. Successivamente si trasformarono in simboli di status e potere, e i materiali utilizzati divennero più costosi e di grandi dimensioni, fino a segnare la differenza tra un luogo sacro e uno pagano.
Le porte di una città erano un luogo sicuro, realizzate in ferro; da lì si controllava chi entrava o usciva, si concludevano importanti affari e si amministrava la giustizia: erano un punto nevralgico della vita sociale.
In una casa familiare separavano gli spazi più intimi della famiglia dall’esterno, trasformandosi in un luogo di rispetto e privacy.
La storia racconta tante cose sulla porta, sulle porte in generale, ma a volte si dimentica di dire che hanno anche contribuito alla divisione… e sono esperte nel tenere fuori molte persone.
Ed è proprio ciò che accade oggi, nelle nostre realtà globali, con le porte chiuse delle nostre case, delle nostre famiglie, delle scuole, dei templi e delle grandi basiliche. È ciò che accade in una banca, in un negozio rinomato e persino nel più semplice sistema sanitario. Sono molti di più coloro che restano fuori rispetto a coloro che entrano.
E la litania di argomenti è molto lunga: che sono vestiti male, che non si lavano, che due muri e un tetto di cartone non si possono chiamare casa, che li vediamo tutti i giorni seduti in piazza, a fumare e senza far nulla. Che è stato chiesto alla famiglia di questi bambini di portare i documenti in regola, e ancora non li hanno presentati. Che devono comprare il materiale scolastico più elementare per iniziare le lezioni, che i bambini devono portarsi il pranzo da casa, che non lavorano perché non vogliono, che se non pagano la visita è impossibile che il medico li visiti. Queste sono espressioni che descrivono una delle forme di povertà più comuni e allo stesso tempo più estreme: la povertà assoluta, ovvero l’incapacità di soddisfare i bisogni vitali fondamentali come cibo, acqua potabile, un tetto, servizi igienici e istruzione.
In questa categoria rientra la maggior parte dei poveri che “conosciamo” e “riconosciamo”, presenti proprio dietro le nostre porte, che rimangono chiuse per paura dell’insicurezza, della violenza e del pericolo latente che qualcuno si appropri di ciò che ci appartiene.
La nostra realtà è abitata da altre forme di povertà, che richiedono anch’esse risposte urgenti; non è che prima non esistessero, ma mancavano di visibilità e ora si sono trasformate in forme di esclusione sociale che vanno ben oltre il PIL di ogni nazione. Certamente il reddito pro capite di ogni abitante della terra è una misura standardizzata per valutare il “rischio” di povertà delle persone, ma le periferie oggi hanno altri nomi.
Gli sfollati nel mondo oggi sono 122 milioni; e i motivi sono diversi: la crisi climatica e le catastrofi naturali, i conflitti armati e la violenza che hanno costretto alla fuga di tanti e con loro le paure: della tortura, delle persecuzioni a causa della religione, del genere e delle scelte politiche, delle violenze sessuali sistematiche.
Sono state sfollate anche numerose tribù indigene, che i governi si ostinano a far scomparire, appropriandosi delle loro terre e deteriorando le risorse naturali in nome della modernizzazione.
A ciascuna di queste cause si aggiungono il crollo economico, la mancanza di servizi di base, la perdita dell’alloggio, la carenza di lavoro e di spazi educativi e, in tutte queste situazioni, la solitudine.

Non è da meno il numero di coloro che subiscono la tratta di esseri umani, soprattutto donne e ragazze, costrette al lavoro forzato e allo sfruttamento sessuale.
L’OMS nel 2025 ha stabilito che oltre 1 miliardo di persone soffre di qualche disturbo di salute mentale, conseguenza del dover vivere con il peso delle cause sopra menzionate, come segno di povertà, essendo i bambini la popolazione più vulnerabile.
Le donne, in tutti i settori della società, nelle diverse aree geografiche, persino all’interno della Chiesa, e per il semplice fatto di essere donne, fanno parte delle «minoranze», del settore emarginato (un altro volto della povertà dei nostri giorni); sono quelle che vivono nelle diverse periferie, non sempre scelte, ma certamente imposte.
Vivere in queste “zone” marginali della storia, vivere in condizioni di privazione, è un’esperienza che permette di essere più consapevoli della portata dell’Incarnazione. Dio ha scelto questa parte sofferente del suo popolo per far nascere e crescere Gesù. Nell’umanità bisognosa, fragile, ha stabilito il punto d’incontro e da questa “solidarietà divina” nascono le grandi sfide per la Chiesa.
Quando pensiamo alle sfide, appaiono le porte! Abbiamo ancora bisogno di costruire porte che ci dividano, che ci separino? Papa Francesco ci ha invitato ad aprire le porte, a lasciarle aperte, a essere un luogo di passaggio per tutti, a uscire ed entrare dalla porta laterale, perché lì, sicuramente, li troveremo. Prestiamo attenzione, sappiamo aspettare, teniamo le orecchie tese a chi bussa!
Aprire la porta significa dire a un altro che lo stiamo aspettando, che c’è posto per lui, che possiamo condividere un tetto e un pezzo di pane e aiutarlo a raccontare la sua storia.
Significa abbracciare chi vive nella solitudine, incoraggiare chi si sente smarrito, regalare un sorriso a chi parla un’altra lingua; aprire le porte significa prendersi cura, valorizzare, amare!!! Aprire le porte per avvicinarli a Gesù.

Rifletti e prega con il testo e la musica della canzone di Luis Guitarra.
¿Y A TI A TI QUIÉN TE CUIDA? (E chi si prende cura di te?)