Alla conferenza dei religiosi, ci siamo riuniti per porci queste domande. Abbiamo detto: “La volontà è immediata, ne abbiamo tanta”, ma eravamo pochi, la maggioranza anziani, non avevamo risorse e ci siamo resi conto di una cosa: nessuno poteva farcela da solo. Allora ci siamo detti: mettiamo insieme ciò che ognuno di noi ha. È così che è nata l’idea. Una congregazione ha messo a disposizione un immobile, un’altra il personale e un’altra ancora ha facilitato l’accesso a un servizio religioso gesuita. In questo modo, uomini e donne, abbiamo costruito quella che ora si chiama Casa Paz y Bien (Casa Pace e Bene), un rifugio per migranti. Inizialmente, anche la Conferenza Episcopale ha collaborato con noi per la realizzazione del rifugio. Attualmente, sostengono il progetto l’Arcidiocesi di Montevideo e la Diocesi di Canelones.
Cosa facciamo? Accogliamo i migranti che arrivano in Uruguay, che rappresentano una parte considerevole della popolazione. Il centro di accoglienza si rivolge in particolare alle famiglie con bambini o alle madri single con bambini, poiché altre situazioni in Uruguay sono gestite da altri servizi. È meraviglioso perché, da quando arrivano, noi li sosteniamo per tre mesi, aiutandoli a ottenere i documenti e a redigere curriculum che mettano in risalto le loro competenze e qualifiche. Creiamo una rete tra tutte le congregazioni e forniamo loro l’essenziale: una casa, cibo e tutto il necessario per vivere. Poi li guidiamo attraverso l’intero processo fino a quando non possono trasferirsi, aiutandoli con il loro primo contratto di affitto e arredando le loro case. È come una grande famiglia; non solo le congregazioni, ma anche gli exallievi delle nostre case portano donazioni di mobili e altre cose di cui potrebbero aver bisogno. Così, ogni famiglia se ne va con tutto ciò di cui ha bisogno. È un piccolo seme del Regno, che continua a contribuire a questo sogno condiviso di una casa comune.
Per fare un esempio: quando il centro di accoglienza ha aperto i battenti, è scoppiata la pandemia. Moisés è arrivato con i suoi due figli piccoli e la moglie, che provenivano dal Venezuela. Il centro accoglie principalmente venezuelani e cubani, ci sono anche persone provenienti da altre parti delle Americhe, ma soprattutto venezuelani. Moisés è arrivato proprio nel pieno della pandemia. Quindi, insieme a loro, abbiamo imparato come sostenerli, non solo nella situazione in cui si trovavano al loro arrivo, ma anche nella situazione che dovevano affrontare. Si ritrovavano in un paese straniero dopo aver viaggiato per tutte le Americhe e, per giunta imbattuti in una pandemia. E la cosa interessante di questa esperienza è stata che siamo diventati come una famiglia per loro.

Ci incontravamo ogni giorno per sostenere la loro speranza, per continuare a coltivare non solo il loro bisogno di integrazione, ma anche il loro legame con ciò che si erano lasciati alle spalle. Ci sono aspetti importanti nell’accompagnamento dei migranti, che riguardano la rete di sostegno che si crea sul posto e il modo in cui continuare ad alimentarla nel loro Paese d’origine, perché la tristezza che provano per la famiglia che lasciano dall’altra parte è davvero grande.
Noi li accompagniamo in questo percorso fino a quando non riescono a trovare la loro prima casetta. C’è un gesto che mi commuove sempre: ogni Natale vengono a trovarci e ci portano le stesse cose che condividerebbero a Natale nel loro paese d’origine, il Venezuela, come segno di gratitudine, proprio ciò che porterebbero alla loro mamma. Lo portano anche a noi come segno di condivisione di questa gratuità della vita, che è, insomma, il nostro cammino e siamo proprio invitati ad aiutarci a vicenda cercando di far sì che tutti si siedano alla tavola comune del Regno.