La chiamata a farsi vicini ai poveri rivolta a tutti i cristiani è ancora più forte per chi ha ricevuto il dono di una vocazione missionaria. Papa Leone sulla scia di Papa Francesco ribadisce l’esistenza di «un forte nesso tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a farci vicini ai poveri […] perché nel richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi» (Dilexi te 3). Ed è proprio questo il cammino che porta alla santificazione.
Maria Troncatti, fin dalla sua prima percezione interiore di essere chiamata a divenire missionaria, ha compreso con chiarezza che la santità sarebbe stata ‘possibile’ proprio testimoniando in modo concreto, diretto e semplice che la capacità di amare, di relazionarsi, di collocarsi nel mondo e nella storia con l’audacia e la carità di Cristo comportava necessariamente il riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti, nei deboli e negli indifesi (cf Gaudete et exultate 96).
Essere missionaria è farsi vicina ai poveri
In prima istanza il suo sogno era quello di essere “missionaria tra i lebbrosi” ma in verità fu il grido dei poveri a guidare la sua scelta vocazionale: una strada aperta verso orizzonti inediti e sconfinati. L’obbedienza l’aveva destinata come evangelizzatrice nell’oriente equatoriano con l’incarico di fondare la presenza missionaria delle FMA in Macas. Gli indigeni in quelle terre, pur avendo una scuola retta dalle FMA tuttavia non disponevano né di un medico, né di una farmacia o un dispensario. Sr Maria, come si legge nelle cronache, non appena era a conoscenza di qualcuno che soffriva, si rendeva disponibile per venire in aiuto, curando, consolando e seminando la speranza di guarire nel corpo e anche nell’anima.
La sua prossimità verso i più poveri e i bisognosi era la risposta a un appello che nasceva dalle profondità del cuore. La condizione dei poveri rappresentava un grido che interpella costantemente la vita, perchè sul volto ferito dei poveri è impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo (cf Dilexi te 9).
La sua vocazione missionaria testimonia che la scelta preferenziale per i poveri non nasce tanto da un cuore umanamente sensibile spinto da interessi filantropici, né dall’impatto con circostanze sociali di disagio, ma dalla chiamata di Dio ad amare e servire tutti i poveri.

Povertà evangelica e servizio ai poveri
Nella coscienza del credente e ancor più di chi ha scelto la povertà e il servizio ai poveri come vocazione consacrata si fa sempre più consapevole il principio di dover servire i poveri rendendoli protagonisti del loro futuro, offrendo loro la possibilità non solo di usufruire di beni materiali ma di conoscenze e strumenti per auto-svilupparsi a partire dai loro stessi talenti e predisposizioni, risvegliando motivazioni e valori in cui credere, soprattutto la fiducia e il senso della vita.
Nella storia della Chiesa i grandi apostoli dei poveri più che chiedersi: “chi e dove siano i poveri”, hanno scelto concretamente di rimboccarsi le maniche e di lavorare per loro. Così è stato per Francesco, per Filippo Neri, per don Bosco, così è stato per Maria Troncatti e per missionari salesiani dinanzi agli indigeni sconosciuti della selva equatoriana.
Tutta la storia della vita religiosa è attraversata dalla tensione generata dal rapporto con le realtà materiali. Un rapporto emblematico che si allarga, oltre il tema della povertà, all’uso del potere e agli stili di vita, quindi alla relazione con tutti i poveri, cioè con quanti sono vittime delle diverse forme di povertà divenute ormai una condizione personale e collettiva complessa e profonda.
Come contrastare tale condizione di precarietà esistenziale e di degrado umano, ferita profonda della dignità della persona? Come aiutare i nuovi poveri e tra questi i giovani, sempre più precari e indifesi? Come collocarsi dinanzi alle sfide paradossali delle nostre società dominate dalla «dittatura di un’economia che uccide» (n. 92), da logiche perverse di disuguaglianza e di discriminazione sociale?

Povertà evangelica come stile di vita e di relazioni
San Francesco, scrive Papa Leone, «non ha fondato una realtà di servizio sociale, ma una fraternità evangelica. Nei poveri ha visto fratelli e vive immagini del Signore. La sua missione era di stare con loro, per una solidarietà che superava le distanze, per un amore compassionevole. La sua povertà era relazionale: lo portava a farsi prossimo, uguale, anzi, minore. La sua santità germogliava dalla convinzione che si può ricevere veramente Cristo solo donandosi generosamente ai fratelli» (n. 64).
Una povertà relazionale quella che caratterizza chi ha scelto di seguire Gesù povero nel suo amore di predilezione per i poveri. La povertà è considerata come un valore nella misura in cui esprime la scelta di una relazione di libertà nei confronti delle cose, degli altri e di Dio e si manifesta come ‘uso povero’ delle cose, del potere e di ogni legame, nella consapevolezza della propria finitudine e creaturalità: non abbiamo in noi le ragioni del vivere, siamo dipendenti esistenzialmente dalla vita e da un Altro contro ogni tentazione di autosufficienza e autoreferenzialità (povertà radicale).
La scelta della povertà evangelica e il servizio ai poveri aprono la via per un nuovo umanesimo in cui il grido dei poveri non resta inascoltato e, pur non risolvendo la questione strutturale della povertà, tuttavia le logiche di potere e di possesso, le inique disuguaglianze vengono sostituite dal prendersi cura di chi è nel bisogno, dalla vicinanza solidale, da una fraternità pronta a condividere tutto, dal lavoro ai beni materiali, dalla conoscenza alla disponibilità gratuita di tempo e di risorse.
Quale formazione per una missionarietà che si fa mistica e servizio?
Per vivere la chiamata a essere discepoli missionari verso i poveri sul modello di Gesù, il quale «da ricco che era, si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà» (2Cor 8,9), occorre farsi poveri per seguire Cristo povero. In tal senso, la scelta della povertà evangelica richiede un processo maturativo che partendo dall’interiorità si delinea come un cammino di libertà per giungere alla semplicità e all’essenzialità, spogli da ogni sicurezza o potere/possesso a cui aggrapparsi.
Il processo di trasformazione per divenire “poveri” mediante il voto di povertà costruisce in noi atteggiamenti interiori di gratuità, essenzialità ed equilibrio, così da essere in grado di scoprire che ogni realtà, ogni bene che incontriamo rimanda a un Bene che non si esaurisce perché sorgente di vita e di senso.
I percorsi formativi allora dovrebbero mirare a trasformare in profondità atteggiamenti e vissuti della persona, purificandone le motivazioni e orientando all’unificazione di sé. Ne indico alcuni tra i più rilevanti.
- Liberarsi dall’attrattiva delle cose e di tutto ciò che ha potere su di noi, che condiziona nel rapporto con le persone e nelle scelte, imparando il distacco e la presa di distanza da ogni forma di dipendenza affettiva che non ci rende liberi.
- Prendere consapevolezza della precarietà della propria esistenza e della relatività dei propri progetti di realizzazione, nella serena accettazione del limite come espressione della propria finitudine.
- Saper gestire la tensione tra potere/possesso, specie quando la tendenza all’uso del potere e del possesso (cose, denaro, cultura, ruolo e prestigio) motivato dalla ricerca di sicurezza e di successo, può cadere in forme di manipolazione o dominio.
- Riconoscere che l’uso povero del potere è tale solo se è inteso come servizio, come cura, anche della nostra casa comune, la terra, dono da custodire e proteggere da ogni sfruttamento o degrado.
- Alimentare quotidianamente la disponibilità alla condivisione come segno di comunione con chiunque soffre il peso della povertà nelle sue diverse forme.
- Vivere la radicalità della nostra povertà come FMA rendendoci disponibili senza riserve al servizio educativo dei giovani divenendo segno della gratuità dell’amore di Dio (cf C 18).
