La giovinezza non risulta più essere l’età per antonomasia felice e libera da preoccupazioni. Confrontando la situazione attuale a quella dei primi dieci anni 2000, si registra un significativo aumento dei disturbi mentali, soprattutto nella fascia 18/34 anni, più nelle donne che negli uomini. Una buona metà esordisce prima dei 14 anni. Secondo le previsioni dell’OMS, la tendenza è in crescita e squilibri mentali, ansia e depressione saranno presto la principale causa di disabilità. Si tratta di un’emergenza sanitaria, sociale, familiare, economica.
I rimedi si concentrano spesso su aspetti strutturali. Dal punto di vista sociopolitico si mettono in evidenza le carenze nei finanziamenti (solo 2% dei bilanci sanitari), nei servizi e nel controllo sui diritti umani. Possono bastare questi interventi a far felici i giovani? Anche il ricorso a lunghi e costosi trattamenti psicologici può non sortire gli effetti desiderati. È difficile che il Welfare distribuisca felicità.
Le cause dell’infelicità sono molteplici e coinvolgono l’intera cultura contemporanea che presenta ai giovani obiettivi e miti irraggiungibili e perciò frustranti: ricchezza, efficienza, competizione, ipersessualità. Basti pensare alle fiction che collegano la felicità ai beni, a chimere amorose, a paradisi alternativi alla quotidianità ‘banale’, a droghe, sette. Non tutti riescono a gestire il carico emotivo e difendersi. Per non parlare dei notiziari che per 24 ore ci sommergono di notizie sconcertanti come violenze, femminicidi, crisi climatica, instabilità sociopolitica, precarietà del lavoro, eventi bellici di impensabile crudeltà. Ne risentono soprattutto i più fragili, schiacciati tra aspirazioni alte e impotenza. Il risultato è quello che stigmatizzava Bertrand Russell: “Vi era anticamente una capacità di spensieratezza e di giocosità che è stata in buona misura soffocata dal culto dell’efficienza”.

Se si vuole evitare quella tristezza che prelude allo slittamento verso il nulla, occorre centrare il focus sulla necessità di trasmettere ideali e valori, che aiutino a definire la propria identità e orientare le relative scelte. Ogni essere umano è felice, e specialmente i giovani, se consapevole di poter compiere una propria missione e di realizzarla passo dopo passo.
Spesso purtroppo ragazze e ragazzi si spendono per ideali generici, rivolti al mondo intero e li pretendono dai poteri forti e dalle grandi istituzioni. Nel bene e nel male fa loro bene sentire di essere al mondo non a caso ma per raggiungere degli scopi significativi a breve, medio o lungo termine. Solo se adottano obiettivi validi dispongono di una bussola che orienta le scelte piccole e grandi, acquisiscono quella resilienza che fa navigare a braccia piene tra le onde anomale, sono in grado di resistere alle pressioni dispersive e alla tentazione di abbandonarsi all’ozio. Solo se assumono una missione che considerano valida si sentono orgogliosi di poter imprimere una direzione di senso alla storia. Più difficile è però abituarsi a incarnare in prima persona gli obiettivi dichiarati nella quotidianità; anzi spesso i comportamenti sono in contraddizione con le rivendicazioni gridate. Il ruolo della famiglia e dei giochi è fondamentale per metterli nelle condizioni di scegliere degli obiettivi e perseguirli.
Persona e missione vanno insieme perché nessuno è stato creato senza un disegno del Creatore da scoprire e perseguire e nessuna missione è piccola ai suoi occhi. L’importanza della missione risulta particolarmente evidente quando si pensa agli sventurati: le ragazze e ai ragazzi iraniani uccisi o detenuti, i deportati nei vari lager e gulag, quanti hanno subito violenze mortali da regimi disumani. Ci si è spesso chiesti: chi ha resistito e perché si è salvato? Il caso o la Provvidenza hanno avuto certamente la loro parte, ma non è da sottovalutare l’effetto positivo – in barba agli assalti della disperazione e dell’abbandono passivo al destino – di un pensiero mirato ad una missione. I più non cessavano di sognare il ritorno ai propri cari, di cui avrebbero voluto lenire le pene e dai quali si sentivano attesi. Si ancoravano agli affetti per tenere duro. Avevano una missione che qualificava la loro identità. Chi, a furia di vessazioni e sofferenze di ogni tipo, capiva di essere al capolinea, andava incontro alla morte con maggiore rassegnazione se poteva affidare a qualche compagno di sventura il compito di dare seguito alla propria missione incompiuta. C’era chi chiedeva di “adottare” i propri figli, chi consegnava un oggetto, chi scriveva una lettera che grondava amore e promessa di continua presenza. Questa la lettera che l’ingegner Giuseppe Pagano Pogatschnig, poche ore prima di morire, dettò al compagno Giuseppe Calore per trasmettere il suo impegno imperituro di marito a consolarla e vederla felice:
“Paola, ti mando un mio ultimo saluto. È probabile che la nostra vita così intensamente felice sia definitivamente interrotta. Abbi forza. Non piangere troppo e sii fiera della mia vita generosa. Pago di persona. Particolari della mia esistenza e dei miei ultimi giorni te li daranno i compagni superstiti. Voglio essere forte vicino a te sempre, presente in tutti i tuoi sogni. Pensa a riprenderti, non abbandonarti alla malinconia. La vita ti farà ancora sorridere e ne sarò tanto felice. Bacia la bimba; essa possa vedere il nuovo mondo. Pensi al suo papalino dei tempi più belli! A te tutto il mio amore, tutta la mia grande fede nella tua grande bontà. Quando mi ricorderai voglio da te ricordi allegri – quelli dei nostri tanti intervalli felici. Vivi in compagnia, evita la solitudine. Sei giovane ancora ed hai diritto ancora alla tua parte di felicità (grande! grande!) che io mi ero ripromesso di darti. Addio”.

Altri deportati assunsero spontaneamente il compito di raccontare lo scempio, di preservare la memoria dei crimini e sottrarre i morti all’oblio in modo da poter testimoniare, un domani, la verità. A tal fine s’impegnavano a ricostruire nomi, cognomi, luoghi, numeri di matricola dei deportati. Pensavano che così in futuro si sarebbero potuti realizzare archivi e reclamare giustizia. Sappiamo che Primo Levi ha voluto con forza ricordare e raccontare ciò che aveva impresso nella memoria negli anni della deportazione.
Qualcuno più fortunato è riuscito salvare la missione della sua specifica professionalità: il filosofo Paul Ricoeur ha raccontato che nel lager aveva trovato il modo di unirsi ad altri deportati, filosofi come lui, e salvare quei ritagli di tempo per confrontarsi. La loro veniva chiamata “La baracca dei filosofi”. Tutto ciò conferma che chi ha un ideale forte (affetti solidi, famiglia, antifascismo, resistenza, fede, ricerca) acquisisce un particolare slancio vitale e ha maggiori probabilità di resistere alle avversità della vita.
Purtroppo nel mondo occidentale, alla sazietà dei beni fa troppo spesso da contrappeso la mancanza di motivazioni valide e dunque la noia delle zone di comfort in cui assestarsi indifferenti e vuoti. Il compito dei genitori e della scuola è fondamentale per educare a concentrarsi su ciò che conta ai propri occhi, che fa percepire l’importanza della propria vita e la dignità della propria persona. I bambini si giovano dei giochi di attenzione che risultano al contempo attrattivi e impegnativi. Il valore dello sforzo fatto per la conquista dei risultati è indipendente dai tentativi falliti di cui anzi si avvale. Purtroppo, non è frequente nelle famiglie di oggi ritrovarsi la sera per raccontare e valutare insieme, il vissuto della giornata, godendo dei risultati raggiunti e motivandosi ad affrontare il giorno dopo. Si scoprirebbero tante ragioni per ringraziare e profittare dei fallimenti, totali o parziali che hanno sempre qualcosa da insegnare.
Si può perseguire la propria ‘missione’ imparando a raccogliere stimoli esterni non programmati che spesso fungono da indicatori di rotta. Non si può forzare se stessi oltre le proprie possibilità per guadagnare i riflettori; se l’impegno pesa troppo e crea disagio, meglio ridimensionarlo a propria misura. Basta la soddisfazione di riuscire a fare ciò che si fa, solennemente, con la calma dei piccoli passi.