Chi sono per te i poveri?
I poveri non sono una categoria statistica, ma persone con un nome, una storia e una dignità immutabile. Sono i volti che incontriamo ogni venerdì sera intorno alla stazione Termini. Sono fratelli e sorelle che la vita, spesso a causa di fragilità o ingiustizie, ha respinto ai margini, ma che conservano il desiderio profondo di essere ascoltati e guardati negli occhi. Sono persone concrete attraverso le quali Dio ci visita e ci offre un’occasione di salvezza.
Qual è la tua esperienza con i poveri?
Nel 2020 ho cominciato a frequentare il Centro giovanile della basilica “Sacro Cuore”. Ero in cerca di una comunità con cui camminare e di un’opportunità per fare volontariato. Sentivo forte il bisogno di condivisione spirituale e di dare il mio contributo per il bene comune. Mi sono unito alla Banca dei Talenti che è un gruppo parrocchiale di volontari che prepara e distribuisce ogni venerdì sera pasti e un tè caldo alle persone senza fissa dimora che gravitano attorno alla stazione di Roma Termini.
Le persone con cui interagiamo sono di fatto invisibili, vivono in condizioni di estrema marginalità, sono spesso sole e prive di legami significativi. Il tipo di fragilità che intercettiamo è variegato: ci sono persone con disagi psichiatrici, persone che hanno dipendenze da alcool o stupefacenti, persone anziane o con problemi di salute, uomini che hanno perso il lavoro o che hanno un impiego che però non gli permette di pagare un affitto, molti giovani migranti in fuga da guerre e violenze spesso senza documenti o con documenti scaduti che faticano a trovare lavoro o che sono costretti a lavorare in nero.
È un servizio attivo dal 2012. Come funziona concretamente? C’è un primo momento di preparazione dei pasti e poi si va in strada per la distribuzione divisi in 5-6 gruppi che coprono varie aree del quartiere. Uno dei gruppi ha una postazione fissa che è in piazza dei cinquecento, attigua alla stazione. Oltre ai pasti, quando disponibili diamo anche coperte a chi ne ha bisogno e orientiamo le persone verso i servizi in base ai bisogni che emergono. Ma il vero cuore del nostro servizio è la relazione: fermarsi a parlare, ascoltare i loro sfoghi, condividere un sorriso e creare un momento di calore umano e di famiglia in mezzo alla strada. Ormai ci conosciamo, ci aspettiamo a vicenda ed entriamo in profonda relazione.
Cosa ti spinge a incontrarli?
Mi spinge la certezza che siamo nati per amare e servire, e che questa è l’unica fonte di gioia piena. Mi muove il desiderio di uscire da me stesso e dalla “gabbia” delle mie false sicurezze. Incontrare i poveri significa obbedire a una chiamata all’amore che spezza i miei progetti personali e la mia agenda.

Cosa ti insegna questa esperienza?
Mi insegna che quando metti al centro l’altro, quello che ricevi è di gran lunga superiore a quello che dai. I veri frutti del servizio sono le relazioni umane e l’amicizia che nasce sulla strada. Questa esperienza mi insegna ad abitare una realtà complessa con uno sguardo attento e compassionevole. Ho imparato che non servono grandi strategie umane: basta consegnare a Gesù quel poco che abbiamo e Lui lo moltiplica.
Qual è la povertà che ti tocca di più?
Anche se la povertà materiale, la precarietà e la mancanza di una casa sono evidenti, la ferita che mi colpisce di più è la povertà relazionale. Il bisogno più grande a cui cerchiamo di rispondere con il pasto caldo non è solo quello alimentare, ma la fame di ascolto. Sapere che queste persone sono spesso prive di legami significativi, sole e invisibili ai passanti fa comprendere che la solitudine è la forma di indigenza più dolorosa da sopportare.
Un messaggio che vorresti dare a tutti i giovani sulla povertà.
Non abbiate paura di sporcarvi le mani e di accorciare le distanze. Spendere il proprio tempo per gli altri non è un “sacrificio che toglie qualcosa” alla giovinezza, ma un dono che la riempie di significato. Diventiamo davvero grandi solo quando impariamo a prenderci cura degli altri.

Incontrare un povero equivale, per me, ad incontrare una persona vissuta, una persona con basi solide. Più volte mi sento colpito dalle loro parole che scuotono le mie. Una volta, durante il servizio, una donna buona mi ha detto: “a Dio noi non interessiamo”. Ho capito la frase “incontrare un povero è incontrare Gesù Cristo”, perché Gesù è colui che scioglie le rigidità, i dubbi e i muri che alziamo nel nostro cuore. Partecipo alla banca dei talenti da ottobre 2024 e l’ho sempre trovato luogo sicuro, luogo di amicizia. Sono felice di andare perché tutti assieme partiamo per incontrare delle persone, rigide, spesso dure, spesso affaticate e ferite, esattamente come noi. Trovo gioia piena nel sapere che Dio si è abbassato per essere come loro, per essere uno che cade giù, affinché ci possa essere una Veronica che si chini per pulire le ferite. Consiglio a tutti di saper arrendersi e diventare docili perché il nostro cuore sia colmo d’amore da donare agli altri.
Daniele D’Amico
I poveri sono persone come me con i quali poter camminare e crescere insieme perché ogni persona ha qualcosa da dare agli altri. Siamo relazione. Voglio ascoltarli e aiutarli quando posso. Questa esperienza mi aiuta tanto a capire quanto l’uomo sia vulnerabile e quanto ognuno di noi ha bisogno dell’altro. C’è una grande povertà umana, in una società che spesso nel caos della città non riesce a vedere in questi fratelli un volto, una persona. Dovremmo riconoscere nell’altro una persona e quindi Gesù che ci ha detto: qualsiasi cosa avete fatto a uno questi fratelli più piccoli lo avete fatto a me.
Francesco Germinara