Abolizionisti della povertà

Consideriamo la povertà come un incidente di percorso del sistema economico, una sfortuna geografica o il risultato di scelte individuali errate. Il sociologo Matthew Desmond, nel suo saggio Povertà, in America, demolisce tale concetto per proporre una tesi inopponibile: gli Stati Uniti non sono un paese ricco che ospita una sacca di povertà, ma un paese in cui la ricchezza dei molti è strutturalmente edificata sulla miseria dei pochi. “Com’è possibile che la democrazia più avanzata e capitalizzata del pianeta permetta a un bambino su otto di vivere privo dei beni di prima necessità?” È la domanda destabilizzante con la quale si apre il testo e la cui risposta non risiede nella mancanza di risorse dello Stato, né in una presunta inefficienza intrinseca dei sussidi pubblici; attraverso una mole di dati macroeconomici, incrociati con storie umane drammatiche, l’autore svela un meccanismo perverso: il Welfare state americano è capovolto. Lo Stato spende cifre colossali per sostenere le classi agiate e medie attraverso detrazioni fiscali sui mutui, esenzioni sui piani di risparmio, agevolazioni per le coperture sanitarie private, mentre taglia e rende inaccessibili i fondi destinati all’assistenza diretta di chi si trova sotto la soglia di sussistenza. Compriamo merci a basso costo prodotte da lavoratori sotto-pagati e privi di tutele sindacali; investiamo in borsa esigendo dividendi che le aziende ottengono tagliando i costi del personale; difendiamo strenuamente le leggi di zonizzazione urbana che impediscono la costruzione di alloggi popolari nei quartieri residenziali, col pretesto di preservare il valore di mercato delle case e la “sicurezza” delle scuole dei ragazzi. È in questo modo che respingiamo i poveri ai margini geografici ed economici, costringendoli a pagare affitti esorbitanti per tuguri fatiscenti e tassi d’interesse usurari ai circuiti del credito alternativo. Il testo, nell’ultima parte, è un appassionato manifesto politico e morale, Desmond esorta la cittadinanza a trasformarsi in una comunità di “abolizionisti della povertà”.
“La povertà è la condizione di non avere abbastanza scelta e di essere sfruttati proprio a causa di questo”.
La vera lotta alla miseria si realizza soltanto con uno spirito di appartenenza collettiva che alimenti una prosperità condivisa e duratura. Il risparmio della classe media è estratto dal tempo di una classe di lavoratori poveri che non può permettersi di ammalarsi o di scioperare. “Siamo tutti complici” e, finché non si è disposti a rinunciare a una parte dei propri privilegi e sussidi nascosti per destinarli a una redistribuzione reale, la povertà rimarrà una piaga impossibile da sanare perché serve a mantenere il benessere di chi sta sopra.
Pedagogia della responsabilità
Il saggio, ribaltando la narrazione classica sulla povertà, offre un’originale prospettiva educativa-pedagogica: non si limita a descrivere un fenomeno sociale, fornisce un insegnamento circa la consapevolezza invitando a spostare il focus dalla colpa del singolo alla responsabilità del sistema, educare alla comprensione della povertà significa mostrare che essa non è un’eccezione dell’apparato economico ma un suo prodotto diretto; la povertà persiste perché i benestanti e la classe media ne traggono vantaggio.
“La povertà persiste perché molti lo vogliono”.
Il testo promuove un’educazione all’auto-esame: non basta “provare compassione” per i poveri, occorre educare a riconoscere come lo stile di vita della classe media e alta sia spesso interconnesso con la privazione altrui. L’autore mostra come l’isolamento sociale e la segregazione (abitativa, scolastica, economica) creino una cecità empatica, chi vive in quartieri agiati non vede la povertà; introduce il concetto di Poverty Abolitionist richiamando la lotta storica contro la schiavitù, insegnando a rifiutare la normalizzazione della povertà. Desmond propone un’educazione orientata all’azione politica e strutturale, dove l’obiettivo pedagogico non è “aiutare i poveri a sopravvivere” ma eliminare le condizioni che creano la povertà. Il valore pedagogico di Povertà, in America sta nel trasformare il senso di colpa in azione consapevole, nel ricordarci che l’educazione alla giustizia sociale passa attraverso la comprensione di come le nostre scelte quotidiane, dove investiamo, dove compriamo casa, per quali politiche votiamo, impattano sulla vita degli altri.