Custodi dell’irriducibile

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Un'ipotesi paradossale: l'intelligenza artificiale non minaccia la missione salesiana, la rivela.

Centotrentacinque anni fa, un Papa di nome Leone scrisse un documento che nessuno capì subito per quello che era. Leone XIII stava guardando la rivoluzione industriale e vedeva cosa stava accadendo alla persona umana: le braccia della macchina stavano sostituendo quelle dell’operaio, e con esse la sua dignità, il suo ruolo, il senso della sua fatica. Rerum Novarum (15 maggio 1891) era una risposta a quella crisi. Ma era anche una domanda: cosa rimane dell’essere umano quando la macchina sa fare quello che sa fare lui?

Nel maggio 2026, un altro Papa di nome Leone ha firmato la sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, nello stesso giorno in cui Leone XIII aveva firmato Rerum Novarum – il 15 maggio – a 135 anni esatti di distanza1. Non è stata una coincidenza. È stato un segnale preciso. La domanda è la stessa. Questa volta la macchina non sostituisce le braccia: rischia di colonizzare l’attenzione, la memoria, il giudizio, la cura. E Magnifica Humanitas risponde come aveva risposto Rerum Novarum: c’è qualcosa nell’essere umano che nessuna macchina potrà mai toccare.

Queste pagine propongono una tesi che può sembrare paradossale: l’intelligenza artificiale non minaccia il carisma salesiano. Lo rivela. Perché mostrando – per contrasto, per sottrazione – ciò che sa fare con straordinaria efficienza, rende finalmente visibile ciò che solo una presenza umana incarnata può dare. E al tempo stesso, usata con saggezza, quella stessa tecnologia può diventare uno strumento al servizio di quella presenza. Non nonostante la macchina: dentro di essa. Nelle scuole come negli oratori, nella pastorale giovanile come nel disagio, ovunque un adulto salesiano si ferma davanti a un giovane.

Una scoperta che ribalta tutto

C’è un fatto che quasi nessuno nel mondo pastorale ed educativo conosce, e che merita di essere nominato senza filtri. Nel 2023, uno studio pubblicato su JAMA Internal Medicine ha sottoposto, in cieco, le medesime domande di pazienti sia a medici umani che a ChatGPT, chiedendo poi a valutatori indipendenti di misurare la qualità e l’empatia delle risposte. Il risultato ha sorpreso anche chi aveva condotto la ricerca: le risposte dell’IA sono state giudicate significativamente più empatiche di quelle dei medici. Il 46% dei testi prodotti dall’algoritmo è stato valutato come empatico; appena il 4,6% di quelli scritti dai dottori2.

Questo dato non dice quello che sembra. Non dice che l’IA prova empatia. Dice che il modo in cui stavamo misurando l’empatia era sbagliato dall’inizio. Stavamo misurando le parole giuste, la formula cortese, la risposta appropriata al contesto. E la macchina, addestrata su milioni di testi umani, sa produrre le parole giuste meglio di quanto non sappia farlo un medico esausto, spaventato, o semplicemente di fretta.

Simone Weil scriveva che «l’attenzione è la forma più rara e pura di generosità»3. La sua riflessione in merito offre spunti fecondi per ripensare la relazione educativa nell’era digitale. Weil mostra come la vera attenzione è una forma d’amore che richiede la sospensione del proprio punto di vista, il silenzio interiore, la disponibilità ad essere sorpresi dall’altro. In un’epoca in cui la attention economy frammenta sistematicamente la capacità di stare davanti a qualcuno, quell’attenzione totale – essere presenti, senza una risposta già pronta, senza un protocollo da seguire – è diventata un atto quasi rivoluzionario. Non è una formula: è una scelta esistenziale minima.

La solitudine che la macchina non guarisce

C’è un secondo fatto che quasi nessuno nomina, e che sta ridisegnando silenziosamente il profilo del disagio giovanile in tutto il mondo occidentale. Negli ultimi tre anni, applicazioni di intelligenza artificiale progettate per fare compagnia – Replika, Character.ai, e decine di altre – hanno conquistato decine di milioni di utenti nel mondo. I rapporti di Sensor Tower (2023-2025) rivelano che Character.ai ha superato i 20 milioni di utenti attivi mensili, con prevalenza nella fascia 13-24 anni. Questi giovani non usano l’IA come strumento: la usano come confidente, come amico, in alcuni casi come unica relazione quotidiana significativa. In alcune comunità online, giovani raccontano di aver detto al proprio interlocutore IA cose che non hanno mai detto a nessun essere umano.

Questo non è un problema tecnologico: è un problema di solitudine. E la solitudine – non il digitale in sé, ma la solitudine che il digitale rivela e amplifica – è il contesto spirituale della missione salesiana nel XXI secolo. Don Bosco non ha costruito l’oratorio perché mancavano spazi ricreativi nel Torino dell’Ottocento. Lo ha costruito perché c’erano giovani soli. Oggi quei giovani soli non dormono più sotto i portici: stanno soli con uno schermo, che finge di ascoltarli. La macchina sa imitare l’ascolto. Non sa stare con qualcuno nella notte.

Tre cose irriducibili

Ci sono tre azioni che nessun algoritmo sa compiere, e che sono il nucleo del carisma salesiano.

La prima è testimoniare con la vita. Don Bosco non educava attraverso i contenuti: educava attraverso la sua presenza. I giovani di Valdocco non imparavano soltanto cose – vedevano qualcuno che credeva in loro. La macchina può generare testi perfetti sulla speranza, sulla fiducia, sul valore di ogni persona. Non può scegliere di restare accanto a un ragazzo difficile quando restare è costoso. Non può sacrificarsi. Non può amare. La testimonianza richiede una vita intera come argomento – e questo è qualcosa che solo si vive, non si simula.

La seconda è credere nel futuro di qualcuno quando non ci crede. Il 9 dicembre 1841, in una sacrestia torinese, Don Bosco vide un ragazzo di sedici anni che gli altri avevano appena cacciato via: Bartolomeo Garelli, orfano, analfabeta, senza lavoro, senza futuro visibile. Un sistema di valutazione algoritmica avrebbe registrato: alto rischio, basso potenziale, probabilità di successo minima. Don Bosco lo fermò, gli sorrise, gli insegnò a fare il segno della croce. Da quell’incontro nacque l’oratorio. La storia della missione salesiana non è nata da un programma: è nata da uno sguardo che ha visto qualcosa che i dati non catturavano.

La terza è accompagnare nel fallimento. L’AI ottimizza, raccomanda, suggerisce percorsi di miglioramento. Non può stare nel buio senza trasformarlo subito in una soluzione. Non può dire «ci sono» senza aggiungere «ecco cosa fare».

Aleena, sedici anni, viene all’oratorio ogni sabato. Non si unisce mai agli altri: telefono in mano, sguardo basso. Nessun sistema la segnala – non ha assenze anomale, non ha voti in crollo, non compare in nessuna lista di rischio. Un’animatrice la nota settimana dopo settimana. Un sabato si siede accanto a lei in silenzio. Non le chiede nulla. Resta. Alla fine Aleena alza gli occhi e dice: ho paura di non essere abbastanza per nessuno. Non c’era un alert che potesse aprire quel momento. C’era solo qualcuno che aveva scelto di restare, senza avere nulla da offrire se non la propria presenza. La pedagogia salesiana dell’amorevolezza – la tenerezza che non si ritrae, la pazienza che non si esaurisce – è esattamente questo: la presenza incondizionata, anche nella notte.

Queste tre azioni – testimoniare, credere, accompagnare – corrispondono esattamente alla triade di Don Bosco e di Maria Domenica Mazzarello: ragione, religione, amorevolezza. Il Sistema Preventivo non era un metodo tra gli altri: era sempre un’antropologia. Una scommessa sull’irriducibile grandezza di ogni persona – ragazzo o ragazza, di Valdocco o di Mornese e di Nizza Monferrato, di ieri o di oggi. E l’intelligenza artificiale, mostrando ogni giorno con più precisione ciò che sa fare, sta finalmente rendendo visibile, per contrasto, la profondità di quella scommessa.

Amare quello che amano i giovani

Ma custodire l’irriducibile non significa ignorare il mondo in cui i giovani vivono. Don Bosco lo scrisse: «State tra i giovani e imparate a volere quello che essi vogliono». Se i giovani di oggi vivono in larga parte nell’ambiente digitale, il principio salesiano fondamentale – incontrare i giovani nel loro mondo, non aspettare che vengano nel nostro – ci chiede di andarci. Non da turisti. Da missionari.

Un esempio vale più di ogni principio. La coordinatrice riceve un alert dal sistema di analytics scolastico: Marco, tredici anni, tre assenze consecutive, voti in calo progressivo. L’AI ha visto il dato. La coordinatrice ha alzato il telefono e chiamato la madre. Ha scoperto che il padre era in ospedale da una settimana. È andata a trovare Marco. Gli ha detto: «So cosa sta succedendo. Ci sono». Quel pomeriggio – quella presenza, quelle parole – le ha rese possibili il dato. Non le ha sostituite.

Questo è l’uso salesiano dell’intelligenza artificiale: non delegare alla macchina la cura, ma usare la macchina per vedere chi ha bisogno di cura prima che sia troppo tardi.

Lo stesso principio vale in ogni ambiente salesiano. L’animatore che legge nelle assenze ricorrenti all’oratorio il segnale di un ragazzo che si sta ritirando – e va a cercarlo. L’educatore che lavora con giovani in situazione di disagio e usa gli strumenti digitali per non perdere di vista chi è più fragile – e poi bussa alla porta. Il catechista che riconosce, nei dati di partecipazione del gruppo, chi ha smesso di venire senza spiegare perché – e gli scrive. In tutti i casi la tecnologia libera tempo e attenzione per ciò che la tecnologia non sa fare. La macchina aiuta a vedere. L’educatore salesiano va a incontrare. Il principio di Magnifica Humanitas è semplice e radicale: siamo noi a usare la macchina, per vedere meglio, per includere meglio, per essere presenti meglio. La macchina non usa noi. E il fine rimane sempre lo stesso: l’incontro che trasforma.

Magnifica humanitas

Leone XIII e Leone XIV: due Papi, due rivoluzioni tecnologiche, la stessa domanda. In entrambi i casi la risposta è stata identica: la macchina avanza, ma l’irriducibile resiste. Ciò che è magnifico nell’essere umano non è la velocità, non l’efficienza, non la perfezione del dato. È la capacità di amare, di attendere, di perdonare, di credere. È la capacità di guardare un ragazzo – Bartolomeo, Marco, Aleena, chiunque – e vedere in lui qualcosa che i numeri non catturano. È la capacità di restare quando restare è costoso. In una classe, in un oratorio, in una stanza dove un giovane ha smesso di credere in se stesso.

Don Bosco non aveva un’app. Aveva una lampada a olio e le strade notturne di Torino. Maria Domenica Mazzarello non aveva una piattaforma: aveva un telaio, una bottega aperta e la soglia di casa sua. Entrambi uscivano incontro ai giovani – lui nelle strade di Torino, lei prima a Mornese e poi a Nizza Monferrato – senza algoritmi, senza sistemi di analytics, senza protocolli. Uscivano perché sapevano che da qualche parte, sotto un ponte o oltre una collina, c’era un ragazzo, c’era una ragazza. E aspettavano qualcuno che si fermasse, che li guardasse, che credesse in loro.

Quella lampada non si è spenta. Oggi si chiama scuola, oratorio, centro giovanile, strada.

Si chiama andare da Marco quando i voti calano. Si chiama cercare la ragazza che ha smesso di venire al gruppo. Si chiama fermarsi davanti a un adolescente che nessuno guarda. L’intelligenza artificiale – nella sua straordinaria capacità di fare molte cose che gli esseri umani sanno fare – ci sta aiutando a vederla più chiaramente. Ci sta mostrando, per contrasto, quanto sia rara e preziosa. Quanto sia irriducibile.

Questo è il carisma salesiano. Questo è il dono che siamo chiamati a custodire.

Le res novae del nostro tempo

Se a suo tempo Leone XIII parlava di «nuove questioni» (rerum novarum), oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica. Negli ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (IA) e la robotica stiano trasformando il nostro mondo. La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo» (Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate). Lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa» (Francesco, Lett. enc. Laudato si’). Le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e sul bene comune.

Leone XIV, Magnifica Humanitas, 4

  1. LEONE XIV, Lettera Enciclica Magnifica Humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. ↩︎
  2. J.W. AYERS, A. POLIAK et al., Comparing Physician and Artificial Intelligence Chatbot Responses to Patient Questions Posted to a Public Social Media Forum, JAMA Internal Medicine 183 (2023), pp. 1078-1083. Lo studio, largamente ripreso dalla stampa internazionale, ha avuto scarsissima diffusione negli ambienti pastorali ed educativi cattolici. ↩︎
  3. S. WEIL, Attente de Dieu, Paris, Fayard, 1966 (ed. it. Attesa di Dio, Milano, Adelphi, 2008), p. 79. ↩︎

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