Un prezioso carico

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«Chiedo alle comunità educative: smontate le parole, alzate lo sguardo, custodite il cuore.» (Papa Leone XIV, Lettera Apostolica, “Disegnare mappe di speranza”, n. 11,2)

In una zona di confine tra Austria e Italia, nelle Alpi Venoste, nel 1991 due alpinisti trovano una mummia, molto ben conservata nel ghiaccio, che gli archeologi chiamarono Ötzi e che datarono al 3300 a.C. Il suo ambiente era pieno di utensili e di un oggetto particolare, costituito da uno scheletro di legno, pelle di animali e legato con corde per sostenerlo. È il primo antenato conosciuto dello zaino, poiché nel corso della storia i nomadi iniziarono a cercare un aiuto supplementare per portare con sé i propri oggetti più preziosi e pesanti durante le lunghe camminate.

Così, agli inizi, quella borsa di pelle animale sostenuta da una struttura di legno serviva a trasportare alimenti, strumenti primitivi e tutto il necessario, distribuendo il peso sulla schiena e permettendo di avere le mani libere.

Alla borsa di pelle furono aggiunte cinghie dello stesso materiale, che favorivano il trasporto sulla schiena in modo più equilibrato; la struttura di legno lasciò il posto a un telaio metallico più leggero e, nel 1938, fu inventato il primo zaino con chiusura a cerniera, una vera pietra miliare per la portabilità e la sicurezza. Pelle, tessuto, nylon: con questi materiali arriviamo ai nostri giorni e la sua popolarità continua a crescere.

Questo oggetto è oggi motivo di riflessione, perché il suo sviluppo ha accompagnato la storia e la trasformazione dell’essere umano ed è un segno esteriore dell’evoluzione, creando una nuova immagine: quella del “mochilero”, del viandante o pellegrino, sempre in cammino con lo zaino sulle spalle.

Quando si pensa a un pellegrinaggio, a una passeggiata, è difficile sapere cosa mettere nello zaino, cosa sia più utile e cosa sia indispensabile. Molti esperti di sopravvivenza ci consigliano in questo compito, che all’inizio entusiasma, ma poi il peso, le dimensioni e la durezza del cammino finiscono per toglierci il coraggio.

Oggi, come Chiesa e, al suo interno, come Famiglia Salesiana, dobbiamo prestare attenzione anche allo zaino che portiamo per addentrarci in una quotidianità che cambia in modo esponenziale e che spesso “passa” oltre la nostra presenza e le nostre parole. L’educazione che proponiamo e l’esperienza di vita che cerchiamo di suscitare negli altri sono la chiave affinché questa quotidianità diventi luogo di incontro e dell’Incontro.

Quali sono i tratti distintivi del nostro essere educatori sempre in cammino? Nell’essere viandanti o pellegrini di un nuovo secolo, mi permetto di proporre alcuni punti da tenere presenti, che accompagnino il loro obiettivo principale: proteggere la vita umana, coltivare la spiritualità e trasformare l’ambiente sociale in un mondo globalizzato, caratterizzato da una connettività permanente e, allo stesso tempo, frammentato.

L’empatia: non al di sopra di nessuno, ma sempre accanto a chi viene accompagnato, ascoltando attivamente e riconoscendo le emozioni dell’altro, senza giudicare.

Tessitore di comunità: l’educazione è un atto umano e, soprattutto, un atto sociale. L’incontro, l’accettazione della diversità, il rispetto del posto di ciascuno e le opportunità di riconciliazione non ricostruiscono soltanto la persona, ma anche l’intero tessuto sociale e l’ambiente ecologico.

Custode dell’umano: in tempi di intelligenza artificiale e di carenza di ciò che è autentico, mettere sempre al primo posto la costruzione del pensiero critico ed etico, la compassione, la creatività e la tenerezza nelle sue molteplici espressioni.

Cercatore di trascendenza: educa la dimensione spirituale favorendo che ogni persona trovi il proprio senso della vita, la propria pace interiore, le proprie possibilità di sviluppo e sia capace di ringraziare per il dono ricevuto.

Resiliente, flessibile, accogliente: consapevole che il cammino e le sue condizioni cambiano continuamente, che è necessario imparare dagli errori e adattarsi alla realtà della tecnologia e della società, senza perdere il proprio obiettivo.

Che cosa è indispensabile trasportare oggi nel nostro zaino? Riempirlo di strumenti umani e spirituali, alcuni dei quali possono essere:

Una buona mappa della tenerezza: capace di sanare non solo le ferite fisiche, ma anche quelle emotive, soprattutto la solitudine, e di risvegliare la speranza.

Una bussola dei valori: capace di guidare verso la meta in modo etico, favorendo esperienze di solidarietà, verità, giustizia, discernimento ed equità. Aiuta a non perdersi tra la varietà di percorsi più facili, ma più tossici e relativistici.

L’ascolto attivo: deve essere inesauribile e donato a piene mani come l’acqua, per placare la sete di comprensione e di vero amore che manca al mondo.

Le lenti dell’alterità: vedere l’altro non come un numero, una minaccia, ma come un fratello, una sorella, e scoprire la vita attraverso il suo sguardo.

Il kit di pronto soccorso della resilienza: quegli strumenti-rimedi che aiutano a superare la frustrazione e le paure e preparano all’insicurezza che può suscitare il nuovo giorno.

Strumenti digitali con un’anima: dispositivi e conoscenze tecnologiche, ma sempre orientati al bene comune, all’inclusione e all’umanizzazione della tecnica.

Il pellegrino del nuovo secolo viaggia più leggero che mai sul piano fisico, ma profondamente connesso con l’ambiente, dimostrando che l’antico gesto del camminare continua a essere il modo migliore per ritrovare se stessi in un mondo accelerato.

Camminando in questo nuovo secolo, siamo pellegrini che viaggiano più leggeri sul piano fisico, ma intensamente legati all’ambiente, portando con sé altri pesi e altre storie, certi che guidare gli altri e camminare insieme continui a essere il modo migliore per ritrovare se stessi in questo mondo così accelerato.

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