Un’esperienza che conquista il cuore

Foto EL SALVADOR
Nei mesi di luglio e agosto 2026, circa 300 giovani provenienti dalle Ispettorie delle Figlie di Maria Ausiliatrice e dei Salesiani di Don Bosco di diversi Paesi d’Europa hanno scelto di vivere un’esperienza missionaria. Per alcuni si è trattato di poche settimane, per altri di uno o due mesi, mettendo a disposizione tempo, energie e competenze. Sono stati circa 40 i gruppi coinvolti, accompagnati da 17 FMA, 35 SDB e 15 laici. Anche i giovani delle due Ispettorie italiane FMA e SDB della Lombardia hanno vissuto l’esperienza missionaria in quattro diverse destinazioni: Etiopia, Sri Lanka, El Salvador e Cammarata, in Sicilia (Italia). Destinazioni diverse, contesti culturali e sociali differenti, ma un’esperienza comune: lasciarsi coinvolgere dalla missione, incontrare persone e comunità, condividere la vita quotidiana e scoprire che, spesso, è proprio l’incontro a trasformare chi parte. Sono i giovani stessi, ora, a raccontare ciò che hanno vissuto, le persone incontrate e ciò che questa esperienza missionaria ha lasciato nel loro cuore.

Sono uno dei quattro giovani che quest’estate ha appena terminato l’esperienza missionaria di un mese in El Salvador. Affermare che questa esperienza mi ha toccato è riduttivo, perché mi è entrata direttamente nel cuore. Ho avuto la fortuna e l’opportunità di conoscere un Paese e una cultura molto diversi da quelli in cui ho sempre vissuto, a partire dal cibo per passare ai paesaggi e finire alla lingua.

In questo mese mi sono sentito profondamente amato dalla comunità delle suore che non ci hanno mai fatto mancare nulla e con cui abbiamo vissuto come una famiglia, da tutte le persone che lavoravano nella scuola fino ad arrivare soprattutto ai bambini.

Dell’El Salvador mi ha colpito il suo paesaggio, con i suoi vulcani che sbucano in mezzo alla rigogliosa vegetazione, la sua storia tormentata ma soprattutto le sue persone. I salvadoregni sono persone umili, estremamente solari e piene di fede nonostante tutti i problemi che ha il loro paese. 

Paolo, El Salvador

L’anno scorso ho ricevuto la grazia di venire a conoscenza e di intraprendere il cammino missionario con l’MGS dell’Ispettoria Lombardia-Emilia Romagna, a seguito del quale, quest’estate, ho avuto modo di partire “in missione” per El Salvador. Durante il mese passato lì abbiamo avuto modo di conoscere meglio il Paese, di cui, personalmente, non conoscevo neanche la posizione prima del cammino missionario, le sue bellezze, la sua cucina deliziosa, la sua storia dolorosa, troppo poco conosciuta dalle nostre parti, ma anche di relazionarci con le suore dell’Opera Sociale di Chalchuapa, dove eravamo ospiti, e con i bambini che lì frequentano la scuola al mattino e i corsi pomeridiani.

Mi sono sentito molto amato, e per certi versi è stato strano perché all’inizio pensavo di dover essere io a donare qualcosa, non viceversa.

Inoltre, è stata molto bella l’iniziativa delle suore di coinvolgerci anche nella vita quotidiana della comunità locale, per esempio portandoci con loro a fare la spesa al mercato o chiedendoci di aiutarle a lavare quando il sabato sera organizzavano per la cittadinanza una serata in cui chi vuole può venire in Opera per mangiare le tipiche pupusas preparate da loro. Grazie a queste attività, forse più ordinarie, ho avuto l’impressione di riuscire a cogliere meglio anche la vita di tutti i giorni dei chalchuapanechi da un punto di vista meno esterno.

Samuele, El Salvador

Lungo il corso dell’anno ho fatto assieme agli altri giovani con cui sono partito un percorso per prepararmi a questa missione. Abbiamo passato mesi a prepararci, fino al giorno prima della partenza, per essere pronti ad aiutare i ragazzi della missione dove saremmo andati, a Cammarata. Pensavo di essere pronto a tutto, ma non mi aspettavo di essere accolto così velocemente e soprattutto di sentirmi amato da questi ragazzi, che per arrivare fin qui hanno compiuto un viaggio lunghissimo. C’è chi parla già bene l’italiano, chi lo impara con piacere, chi un po’ controvoglia; però, stare nel bel mezzo di tutte queste lingue e culture diverse assieme è stato bello. (…)

Mi ha colpito vedere come la direttrice fosse (giustamente) un punto di riferimento per ogni cosa, e il sentire un giovane dirle «Sei come mia mamma» mi ha colto un po’ alla sprovvista e, riflettendoci, mi ha fatto capire che effettivamente il suo ruolo è un po’ quello della mamma, che ci dice cosa fare e non si fa problemi a rimproverarci se sbagliamo. Tornato a casa, ho ripensato molto a questo momento e non riesco a non collegarlo a una bella frase che c’è scritta sotto la statua della Madonna al Centro Salesiano di Arese: «Senza una mamma la vita non ha scopo». Questi ragazzi sono lontani migliaia di chilometri da casa loro, dalle loro famiglie, e avere una figura come quella della mamma è fondamentale.

Marco, Cammarata

È stato un periodo in cui ho capito quanto il poco possa essere tanto; quanto l’apparenza conti zero in confronto alla sostanza. Non è la quantità del tempo che passiamo insieme a renderlo speciale, ma è la qualità di quest’ultimo che lascia un segno di noi dentro gli altri. Ero partito disarmato, pronto a farmi stupire da tutto, ma non lo ero veramente: non pensavo di poter ricevere tutto l’amore che ho ricevuto al solo costo di essere presente.

Vito, Cammarata

Un mese a Zway (Etiopia) è difficile da raccontare. Ci sono esperienze che non si lasciano racchiudere facilmente nelle parole, perché prima ancora di essere cose da raccontare sono incontri, sguardi, emozioni e domande che continuano a lavorarti dentro.

Siamo arrivati in punta di piedi, davanti a una realtà che spesso ci ha messo a disagio e ci ha costretto a guardare ciò che normalmente rimane lontano dai nostri occhi. Abbiamo incontrato la povertà, la fatica e l’ingiustizia, ma anche una sorprendente capacità di accogliere, di sorridere, di stare insieme. Soprattutto, abbiamo incontrato persone. E poco alla volta alcuni volti sono diventati familiari, gli sguardi hanno iniziato a riconoscersi e la distanza tra noi e loro si è fatta più piccola. Forse è proprio questo che ci ha insegnato Zway: che il valore di un incontro non si misura da quanto si riesce a fare, ma anche da quanto si è disposti a lasciarsi coinvolgere. Forse il senso di questo mese sta proprio qui: nell’aver scoperto che, prima di poter fare qualcosa per qualcuno, bisogna imparare a stare con qualcuno. A esserci, ad ascoltare anche quando le parole non bastano, a lasciarsi toccare dalla realtà dell’altro senza avere necessariamente una risposta.

Rebecca, Etiopia

Se ci penso, prima di partire pensavo che l’Etiopia sarebbe stata una di quelle esperienze che fai una volta nella vita, giusto per dire di averla fatta. Un punto da spuntare dalla lista. Sono tornata sapendo che è stata “L’Esperienza”. Quella che mi porterò per sempre nel cuore e che rifarei altre mille volte, perché mi ha lasciato un segno profondo. Un segno indelebile.

Il quartiere di Mekanissa é estremamente povero; la prima volta lì mi ha colpito davvero tanto: bambini che rovistavano in cerca di un vestito, una ciabatta, un gioco…

(…) Io ero partita con l’idea di andare a insegnare. Invece sono stata io ad imparare tutto: la semplicità, l’affetto, quello vero, che non chiede nulla in cambio. Non avevano nulla e, eppure, erano sempre attenti a te.

Non dimenticherò mai i bambini che ci salutavano dieci volte ogni volta che dovevamo andare via, come se quel saluto non bastasse mai. Porterò con me ogni sorriso, ogni piccola attenzione che avevano nei miei confronti. Cose piccole che lì diventavano enormi.

A Mekanissa ho capito il valore dei momenti unici e irripetibili. Di quelli che non tornano più, ma che ti cambiano dentro per sempre.

Sofia, Etiopia

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