Questi giovani sono stati capaci di ridare speranza alla vita di don Bosco e spesso sono gli stessi che la ridonano alla mia, quando le difficoltà abbattono, quando la voglia di pregare si affievolisce, quando le fatiche quotidiane potrebbero tentarmi di lasciar stare. Allo stesso tempo però la speranza è anche il loro più grande bisogno, per questo, Papa Francesco ha ricordato a questi ragazzi che non devono mai lasciarsela rubare.
Chi ruba la speranza?
Ma chi sono i ladri che rubano la loro speranza? Alcune volte sono le stesse famiglie, non permettono loro di volare alto e li ingabbiano in dinamiche delinquenziali fin da bambini. F., ragazzo detenuto di soli 16 anni, dice: “Mia mamma mi ha insegnato a fare le rapine e quando ho iniziato ad andare da solo, si prendeva i soldi del bottino; ma da quando sono qui non mi ha mandato neanche una lettera”. J., detenuta di 15 anni, afferma di non sapere cosa vuol dire avere una madre visto che la sua l’ha venduta per mandarla in Italia a prostituirsi a soli 12 anni.
Altre volte i ladri di speranza sono gli amici, le persone incontrate sul loro cammino e da loro considerati “fratelli” fino a quando non li hanno “fregati”.
Altre volte ancora, forse il “ladro di speranza più agguerrito”, è la solitudine. Madre Teresa sottolineava come la più grande povertà non fosse quella materiale ma l’indifferenza e la solitudine. Anche per i nostri ragazzi è così. R., detenuto di 15 anni, un giorno mi ha detto: “Noi non abbiamo paura della morte, quella la sfidiamo continuamente drogandoci, andando a 300 all’ora sul raccordo (per chi deve tradurre: il raccordo è una strada ad anello che circonda Roma), noi abbiamo paura di vivere, perché abbiamo paura di restare ancora soli nella vita”, ed ancora scrive: “Nella mia vita è normalità crescere senza madre né padre, è normalità stare tutto il giorno per strada, è normalità non essere voluto bene da nessuno”. Un giorno, durante una catechesi sul Padre Misericordioso, I., detenuto napoletano di Scampia, si rivolge a R., detenuto da più di 4 anni, dicendo: “Se anche noi avessimo ricevuto l’abbraccio di un padre, forse qui non saremmo mai arrivati”.
L’ultimo ladro, agguerrito ed infido, è la disistima verso se stessi. I nostri ragazzi non si amano o almeno fanno molta fatica a farlo, a voler bene a se stessi e a perdonare i propri errori. I. scrive: “A volte continuiamo a sbagliare perché non riusciamo a perdonare noi stessi e, ogni volta che l’orgoglio ha vinto, siamo stati noi a perdere”.

Giustizieri di speranza
Insieme a questi ladri di speranza, però, ci sono anche dei giustizieri di speranza, quelli che Papa Francesco ci ha chiesto di smuovere. Sono i desideri che i nostri ragazzi portano nei loro cuori. Desiderano relazioni autentiche segnate dalla fiducia e dalla sincerità. D., detenuto da molti anni per un grave reato, all’uscita dall’Istituto penale scrive: “Voi vi siete dimostrati amici veri, molto più amici di quelli che una volta consideravo amici. Vi siete dimostrati diversi da loro: non siete doppia faccia, falsi e senza un briciolo di misericordia”. Ed ancora M., tornato in carcere dopo un fallimento in comunità, scrive: “È stato un bel sentimento sentire che a qualcuno importa ancora di me. A me non sono successe molte cose belle nella vita, un po’ per colpa mia, un po’ delle cattive compagnie, ma tu sei una di queste cose belle.” D., ragazzo con un passato familiare di abbandoni da parte della sua famiglia naturale ma anche di quella adottiva, scrive: “Sono fiero di me adesso perché ho trovato una seconda mamma, una spalla su cui piangere. Ti voglio bene anche se te lo dico poco. E se Gesù mi ha fatto un regalo sei tu, con la tua voglia di aiutarmi e di farmi vedere il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto.”
Altri giustizieri di speranza sono coloro che sanno guardarli senza giudicare e che sono capaci di perdono. Un ragazzo scrive: “Io non sono un criminale, io faccio il criminale”; vorrebbe tanto essere guardato così, non essere solo considerato un delinquente. Chi sa guardare i ragazzi in questo modo è anche capace di aiutarli a scoprire il bello che c’è dentro di loro. Voglio raccontare un episodio che mi è rimasto nel cuore. Una domenica durante la Celebrazione eucaristica, avevo accanto I. che si accorse subito di un velo di preoccupazione che celava il mio volto. Insistette molto per voler sapere cosa avessi ed io glielo raccontai. Il giorno prima un’allieva del CFP, mi aveva confidato di essere incinta, di aver paura di tenere il bambino perché il fidanzato era molto violento. Il mio cuore era tanto penato per questa situazione e i “nostri” ragazzi se ne sono accorti, si accorgono di tutto! Sono sempre più sensibili degli altri e si accorgono subito perché chi ha sofferto è più attento alle sofferenze altrui. Ho raccontato le mie pene ad I. che ha semplicemente ascoltato in silenzio senza quasi mostrare segni di compassione. Eppure, dopo circa un mese, mi è venuto incontro tirando fuori dalla tasca un foglietto azzurro: “Suò, questo è per quella ragazza. Cosa ha deciso, lo tiene il bambino? Io spero di sì. Comunque io tutte le sere ho pregato per lei. Lo so che non so pregare, però ho detto a Dio di convincerla a tenere il bambino. Ed ora ho deciso anche di scriverle questa lettera, puoi dargliela tu?”. Ecco stralci della sua lettera: “Cara M. sono I, non ho mai pregato per me ma lo faccio spesso per la mia famiglia e lo farò per te, perché la vita di quel bambino vale più di ogni altra cosa al mondo. Mi auguro con tutto il cuore che tu abbia sempre la forza di andare avanti. Ammiro chi va avanti nonostante le sofferenze; sai, anch’io non ho avuto una vita facile e penso che nessuno abbia avuto una vita facile, chi più chi meno, chi niente o peggio, bisogna solo andare avanti e non fermarsi alle difficoltà, anche perché, se non ci fossero, impareremmo ben poco dalla vita… anche io come te non ho un padre, ho avuto chi cercava di sostituirlo senza successo e questo ha influito molto sulla mia vita; una volta cresciuto, me ne sono andato via di casa… Ho fatto il passo più grande della gamba, sono cresciuto in fretta e quando si va troppo veloci spesso si va a sbattere proprio come ho fatto io e un po’ anche tu! Ma ti dico che mi è servito andare a sbattere perché stando qua sono maturato molto, ho capito tante cose che prima mi passavano davanti e neanche le vedevo. Spero che la nascita di questo bambino ti renda più prudente; vedrai che man mano che crescerete imparerai cose che prima non capivi, cose che solo una mamma può comprendere… Mi raccomando stai più lontano possibile dal tuo ex ragazzo, quando sarà il momento opportuno, se te la sentirai ovviamente, gli andrai incontro”. Il gesto e le parole di questo ragazzo mi hanno spiazzata! Ho toccato con mano quel “punto accessibile al bene” di cui parla don Bosco.
L’ultimo giustiziere di speranza è chi riesce a dare a questi ragazzi un’altra possibilità. Un ragazzo in carcere per un grave reato scrive: “C’è una speranza e si chiama domani”. Vorrei tanto che ognuno di questi ragazzi lo credesse veramente ed incontrasse qualcuno capace di dare una seconda opportunità. È sempre tanto difficile credere di nuovo in questi ragazzi! Spesso non riescono a risollevarsi perché, usciti dal carcere, vengono sempre considerati delinquenti, scarti. Eppure sono ragazzi, e noi dobbiamo credere fortemente che ci sia una possibilità di cambiamento. Questo non vuol dire che sia semplice, ma l’importante è crederci perché se noi adulti non ci crediamo, non saranno capaci di crederci neanche loro. Per i ragazzi è facile buttarsi giù e smettere di credere in sé stessi, il nostro ruolo è proprio sostenerli in questa fatica dell’imparare a ricostruirsi.

Il pastificio “Futuro”
A partire da questa profonda verità e dalle parole pronunciate da papa Francesco nel 2013: “Fate qualcosa per questi ragazzi” è nato il nostro pastificio. “Futuro” è il suo nome perché non abbiamo voluto sottolineare l’esperienza della detenzione, ma solo la possibilità di qualcosa di bello per il domani. Il pastificio nasce accanto al carcere minorile di Roma, a soli 2 minuti a piedi dal grande cancello marrone che divide i “nostri” ragazzi dalla libertà. È un laboratorio di pasta secca artigianale dove si cerca di creare opportunità per i ragazzi provenienti dal carcere. Il pastificio “Futuro” è gestito dalla Cooperativa Gustolibero Onlus di cui fa parte non solo il cappellano dell’Istituto penale, ma anche una serie di figure professionali ed educative. In questo momento sono assunti cinque ragazzi: ognuno di loro ha un contratto regolare, con ferie e malattie retribuite, con la tredicesima e tutti i privilegi di un contratto. All’interno del pastificio potranno lavorare circa 20 ragazzi del circuito penale minorile, provenienti sia dal carcere, sia dai servizi sociali penali.
Ma perché abbiamo scelto la pasta? Anzitutto perché la pasta è un prodotto semplice, sulle tavole di tutti; così sono i nostri giovani, semplici e spontanei, senza troppi filtri, sinceri. Inoltre, il processo per fare la pasta è lungo, ha bisogno di materie prime di buona qualità ma che bisogna dosare con cura; così con i nostri ragazzi bisogna imparare a dosare con cura, affetto e regole, come direbbe don Bosco, “ragione e amorevolezza”. E poi per il processo di pastificazione ci vuole tempo, ci vuole attenzione; e così è anche la vita di questi ragazzi. Ci vuole un lungo tempo per scoprire se stessi e riscoprire le belle qualità che ognuno di loro porta in sé. Il periodo di detenzione dovrebbe essere proprio quel tempo in cui si aiutano i ragazzi a conoscere se stessi, guardarsi dentro, assumersi la responsabilità dei propri sbagli e cercare in se stessi, anche con l’aiuto di adulti affidabili, per poi tornare a desiderare qualcosa di bello per il futuro. Per fare questo, come per fare la pasta, ci vuole del sacrificio che alla fine porta però ad una grande soddisfazione. Il Pastificio è proprio un’esperienza di accompagnamento mirata ad aiutare i ragazzi a tornare a sognare. È sempre difficile per i nostri ragazzi riuscire a trovare un lavoro all’uscita dal carcere, purtroppo sono molti i pregiudizi, ma sono anche molte le cose che i ragazzi dovrebbero imparare prima di andare su un posto di lavoro. Il pastificio si pone questo obiettivo: dare lavoro ai ragazzi penali per insegnar loro cosa vuol dire lavorare, avere un contratto, relazionarsi nel mondo degli adulti.

In questi due anni abbiamo assunto una decina di ragazzi: alcuni sono ancora con noi, altri sono usciti definitivamente dal carcere ed hanno iniziato a lavorare in altre aziende, altri purtroppo non ce l’hanno fatta e sono tornati in carcere. In questa esperienza noi adulti lavoriamo fianco a fianco con i ragazzi, condividiamo tutti lo stesso lavoro e le stesse mansioni. Si è creato, così, un clima molto familiare in cui i ragazzi si sentono liberi di essere sé stessi, non si sentono giudicati e più facilmente imparano cosa vuol dire lavorare. Lavoriamo spesso a ritmo di musica, della loro musica, perché don Bosco diceva “amate le cose che piacciono ai giovani se volete che loro amino quelle che piacciono a voi”. In un clima in cui gli adulti imparano ad apprezzare i giovani, i ragazzi sono più disposti ad apprendere, anche solo semplicemente seguendo l’esempio dell’adulto. M., un ragazzo che ha lavorato con noi per circa un anno, venendo ogni giorno dal carcere per rientrarvi dopo il lavoro, dice: “Questo pastificio dà futuro ai ragazzi come noi, perché i ragazzi che sono delinquenti, a volte non vogliono esserlo, sono costretti perché, se hanno sbagliato e poi non trovano niente e nessuno che gli dia un aiuto per tirarsi fuori, vengono costretti a restarci”. Come dice questo ragazzo, il pastificio “Futuro” non è altro che un’occasione, una possibilità formativa e lavorativa per poter accompagnare i ragazzi penali e offrir loro un’opportunità per non tornare all’interno del circuito delinquenziale e penale. È un’esperienza che ci permette di continuare ad accompagnarli anche una volta fuori e che permette loro di non sentirsi soli in questo delicato passaggio. Sembra assurdo, ma in fondo, alcune volte, stare in carcere tutela di più. In carcere ci sono educatori, polizia penitenziaria, psicologi, sacerdoti, suore e volontari… ma quando i ragazzi escono? Spesso si ritrovano di nuovo soli e spaesati… e questo luogo ci permette di rimanere come punto di riferimento. Il pastificio “Futuro” vuole essere, inoltre, anche un luogo di incontro. All’interno della struttura infatti abbiamo costruito un’aula perché desideriamo aprire questa struttura alle scuole di Roma. Abbiamo pensato che l’incontro tra gli studenti e i “nostri” possa essere un’esperienza formativa e preventiva. I ragazzi provenienti dalle scuole potranno vedere tutto il processo di pastificazione e potranno incontrare ragazzi della loro età o poco più grandi che, dopo esperienze di sconfitta, stanno cercando una rivincita.
Monsignor Baturi, segretario della Conferenza Episcopale italiana, presente all’inaugurazione, ha usato queste parole per definire il Pastificio: “Questa esperienza vuole essere un salvagente per questi ragazzi che dopo aver mancato il bersaglio della vita, desiderano rimettersi in carreggiata, soprattutto dopo aver fatto l’esperienza dell’aria che manca… Vogliamo offrire salvagenti per la loro vita perché possano avere un’alternativa al contesto subìto o scelto, possano sentire famiglia in relazioni positive, trovare casa, e, attraverso un lavoro onesto e retribuito, mettere a frutto nella società la loro bella personalità; perché la vita di ogni ragazzo che ha sbagliato non può essere riassunta nel suo errore ma deve sbocciare in modo costruttivo”.

Concludo citando due persone a me care: papa Francesco, con le parole che ci ha regalato in occasione della sua ultima visita nel nostro carcere, durante la Messa in Coena Domini del 2023: ci ha ricordato che “tra noi e questi ragazzi non ci sono differenze, tutti possiamo sbagliare, scivolare; nessuno è esente dal peccato e dal male, tutti possiamo cadere”. Ma la cosa più bella che il Papa ci ha ricordato è che, ognuno di noi, ha in sé la “dignità di essere peccatori”. Sì, perché c’è una dignità anche in questo: coloro che scivolano portano in sé stessi la dignità dei figli di Dio, la dignità di essere oggetto della grazia di Dio che perdona sempre. A tutti noi, ragazzi e adulti presenti a Casal del Marmo, la visita del Papa ha lasciato questo invito a guardare l’altro con occhi di speranza, ad avere sogni grandi nel cuore, a non vergognarci delle nostre debolezze, ma a sentire nel cuore la “dignità di essere peccatori” amati e perdonati. Poi ci sono le parole di una canzone di Mr Rain, cantautore ascoltato dai nostri ragazzi, che dice: “Tu mi hai insegnato che se cado è per rinascere, che un uomo è forte quando impara ad esser fragile”. Ci auguriamo di credere sempre, soprattutto noi adulti, nella possibilità di rinascita che c’è in ogni giovane e di riuscire sempre a credere, con loro, nei loro sogni.
Nel 2013 papa Francesco, da poco eletto, annulla la solenne celebrazione della Messa dell’ultima Cena nella Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma, per recarsi nel carcere minorile di Casal del Marmo (Roma), luogo di periferia in tutti i sensi. E così il Giovedì santo lava i piedi a dieci ragazzi e due ragazze di differenti nazionalità e confessioni e ne spiega il senso: “Lavare i piedi significa che dobbiamo aiutarci l’uno con l’altro. È mio dovere come prete e come vescovo essere al vostro servizio. Ma è un dovere che mi viene dal cuore: lo amo. Amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato”. Poi ha esortato i ragazzi con parole accorate: “Non lasciatevi rubare la speranza”. E ancora: «Non abbiate paura di diventare artigiani di sogni e di speranza. I sogni più belli si conquistano con speranza, pazienza e impegno, rinunciando alla fretta… Anche se sbagli, potrai sempre rialzare la testa e ricominciare, perché nessuno ha il diritto di rubarti la speranza.»

Papa Francesco, prima di morire, ha donato 200.000 euro dal suo conto personale per sostenere il pastificio poiché “don Ben” – Monsignor Benoni Ambarus, responsabile della carità e della pastorale carceraria a Roma – lo aveva informato della necessità di estinguere il mutuo che avrebbe compromesso la continuazione dell’attività.