“Mamma sai cosa mi è successo oggi?” “Dimmelo dopo. Adesso devo ascoltare il telegiornale”. E dopo il bimbo dorme. Il clima familiare si spegne se si rimpiazza col chiasso degli slogan della TV e con le frasi storpiate dei social, il tempo da dedicare ai racconti faccia a faccia e alla lettura di favole e storie di vita. Proprio in famiglia s’impara a raccontare se stessi sin da piccoli: i genitori fanno bene a chiedere di descrivere ciò che i figli hanno vissuto durante la giornata, rafforzando così la loro identità e la comprensione degli eventi. Se trovano il terreno appropriato all’ascolto, gli adolescenti si raccontano e si auto-comprendono, sviluppando la loro personalità relazionale.
Non si tratta di indugiare sulla demonizzazione dei social né accusare di disimpegno i genitori. Purtroppo, la fretta e l’efficienza delle società contemporanee sottraggono tempo alla convivialità, all’ascolto, ai racconti, alle storie di vita. I genitori fanno quel che possono, tenendo conto dei tanti impegni; oltre a lavorare, curare la casa, i figli, gli anziani, devono anche districarsi con i mezzi tecnologici della comunicazione che gli enti, dalla scuola al Comune e alla ASL, impongono di saper usare, senza aver previamente investito una lira per istruire i cittadini. Ciascuno deve disbrigare da autodidatta pratiche che gli enti delegano, esigendo missive e firme digitali dai nomi misteriosi. Sappiamo quanto gli anziani – ma non solo – facciano fatica a riempire moduli che consentono loro di restare connessi col mondo senza dover pagare chi è competente o aspettare qualche buon samaritano.
Sta di fatto che manca il tempo per fermarsi ad ascoltare racconti e raccontarsi, rievocare le esperienze vissute, dare l’agio alla mente di valutare le diverse situazioni e motivarsi ad affrontare la vita col beneficio dell’esperienza di quanti l’hanno già vissuta a loro modo. A questo scopo le favole contribuiscono largamente allo sviluppo dei bambini, con i racconti di eroi e personaggi che superano molteplici prove e l’hanno vinta contro le avversità. Imparano piacevolmente a elaborare il loro vissuto, ad ampliare gli orizzonti, acquisendo tolleranza e resistenza alle possibili sconfitte.

Mamma, papà e fratelli costruiscono il clima familiare favorevole al dialogo, se si dispongono all’ascolto attento di chi parla, per metterlo al centro, facendogli spazio nella mente e nel cuore, senza preconcetti riguardo al suo modo di interpretare il mondo. Il più delle volte basta essere presenti e fare silenzio per far sì che chi racconta si apra agli altri e impari a sconfiggere la pretesa di appartenersi e di poter dire l’ultima parola sulla realtà. Fortunati quei figli che, trovando ascolto, riescono a lavorare su se stessi, ad aprirsi all’esterno e tornare a sé modificati, più disponibili a dislocarsi e ricentrarsi in relazione ad ascoltatori presenti o immaginari. Raccontarsi è anche prendersi cura di sé, premessa della capacità di prendersi cura degli altri. Include quindi un compito terapeutico che riequilibra la persona e prepara gli anticorpi rispetto al sovradimensionamento narcisista dell’io. Non sono necessarie esplicite intenzioni pedagogiche; bastano empatia e libero spazio per disporre qualcuno a raccontare la propria biografia quasi riscrivendola dopo averla distanziata dall’immediatezza e in qualche modo persa in quanto propria perché rivestita di un senso nuovo che va oltre l’io.
Inoltre, l’interpretazione delle storie vissute o apprese da altri e dai libri è soggetta alla dinamica del tempo, il quale muta l’io, l’altro e la storia, tanto da renderli talvolta irriconoscibili e obbligare a ri-comprendere e riformulare in modi diversi lo stesso racconto.
Gli effetti positivi della narrazione biografica si applicano anche alla letteratura, che la storia consegna di generazione in generazione e di cui i contemporanei si appropriano, costruendo su di essa specifiche identità come famiglia, nazione, religione. È una perdita il fatto che, nei percorsi formativi in atto nel mondo cattolico, tutto ciò che riguarda la letteratura sia soggetto a una diffidenza moralistica.
Giova in proposito tenere conto di quanto ha scritto Papa Francesco nella Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione (Roma, 17 luglio 2024), un documento cui – a torto – è stata data scarsa attenzione e che invece è fondamentale per valorizzare l’abitudine all’ascolto e alla narrazione. Egli nota che, rispetto alle più ‘nobili’ discipline, umanistiche e teologiche la letteratura non gode di buona fama ed è pregiudizialmente temuta come forma inferiore di superficiale intrattenimento, fantasioso e potenzialmente dannoso. L’intento è proteggere dalle tentazioni del male, ma al contempo non si facilita il lavoro che ogni persona fa sulla propria biografia comparandola alle tante storie di vita di cui viene a conoscenza. È opportuno riportare qualche passaggio della Lettera: «A differenza dei media audiovisivi, dove il prodotto è più completo e il margine e il tempo per “arricchire” la narrazione o interpretarla sono solitamente ridotti, nella lettura di un libro il lettore è molto più attivo. In qualche modo riscrive l’opera, la amplifica con la sua immaginazione, crea un mondo, usa le sue capacità, la sua memoria, i suoi sogni, la sua stessa storia piena di drammi e simbolismi, e in questo modo ciò che emerge è un’opera ben diversa da quella che l’autore voleva scrivere. Un’opera letteraria è così un testo vivo e sempre fecondo, capace di parlare di nuovo in molti modi e di produrre una sintesi originale con ogni lettore che incontra. Nella lettura, il lettore si arricchisce di ciò che riceve dall’autore, ma questo allo stesso tempo gli permette di far fiorire la ricchezza della propria persona, così che ogni nuova opera che legge rinnova e amplia il proprio universo personale» (n. 3).

Papa Francesco chiede esplicitamente ai responsabili della formazione dei seminaristi di favorire il tempo dedicato alla lettura di libri nuovi e vecchi, per lo sviluppo armonico della persona e in vista della futura esperienza pastorale. Precisa: «Al riguardo, desidero affermare che tale impostazione non va bene. È all’origine di una forma di grave impoverimento intellettuale e spirituale dei futuri presbiteri, che vengono in tal modo privati di un accesso privilegiato, tramite appunto la letteratura, al cuore della cultura umana e più nello specifico al cuore dell’essere umano» (n. 4).
Dal punto di vista pastorale (cf n. 34), la lettura di un testo letterario aiuta a vedere il mondo attraverso gli occhi degli altri, a sviluppare empatia e solidarietà anche verso chi agisce in modo giudicato ingiusto, a farsi prossimo, alimentando il sentimento di umanità e di misericordia.
Tornando alla Lettera citata, leggiamo ai nn. 41 e 42: «Confido di aver evidenziato, in queste brevi riflessioni, il ruolo che la letteratura può svolgere nell’educare il cuore e la mente del pastore o del futuro pastore in direzione di un esercizio libero e umile della propria razionalità, di un riconoscimento fecondo del pluralismo dei linguaggi umani, di un ampliamento della propria sensibilità umana, e infine di una grande apertura spirituale per ascoltare la Voce attraverso tante voci. In questo senso la letteratura aiuta il lettore ad infrangere gli idoli dei linguaggi autoreferenziali, falsamente autosufficienti, staticamente convenzionali, che a volte rischiano di inquinare anche il nostro discorso ecclesiale, imprigionando la libertà della Parola. Quella letteraria è una parola che mette in moto il linguaggio, lo libera e lo purifica: lo apre, infine, alle proprie ulteriori possibilità espressive ed esplorative, lo rende ospitale per la Parola che prende casa nella parola umana, non quando essa si autocomprende come sapere già pieno, definitivo e compiuto, ma quando essa si fa vigilia di ascolto e attesa di Colui che viene per fare nuove tutte le cose (Ap 21, 5)».
Nel sottolineare la potenza spirituale della letteratura, Francesco ricorda il compito primario affidato da Dio all’uomo: “nominare” gli esseri e le cose (Gn 2, 19-20). Per nominare bisogna imparare a vedere bene, a vedere il bene e la domanda che sorge nelle anime, presente in ogni storia di vita. Di qui la conclusione, che è insieme gratitudine a chi contribuisce a dissipare la nebbia e un richiamo alla missione di educarsi ed educare a vedere, affidata al poeta Paul Celan: «Chi impara realmente a vedere, si avvicina all’invisibile».
