Quella chiamata che continua

MH
Ci sono esperienze che lasciano un segno e, a volte, aprono strade che non avremmo immaginato. È la storia di Suor María Henar Alcade Giraudo, spagnola, che proprio attraverso il volontariato missionario ha scoperto la chiamata a diventare Figlia di Maria Ausiliatrice. Infermiera, volontaria in diversi Paesi dell’America Latina e poi missionaria in Venezuela, ha vissuto in prima persona come l’incontro con i più poveri, con i bambini e i giovani possa trasformarsi in una domanda vocazionale. A 27 anni da quella prima esperienza in Amazzonia, chiamata oggi a servire come Ispettrice, riconosce che quella stessa voce continua a interpellarla: «Dio mi chiama ancora una volta a prendermi cura».

Suor Maria Henar, da dove nasce la tua passione per la missione?

La mia passione per la missione è nata dall’incontro con alcune missionarie. Dopo aver studiato con le suore salesiane, ho frequentato la facoltà di Infermieristica all’Università Complutense di Madrid. Credo che la scelta di questo percorso di studi abbia avuto molto a che fare con ciò che portavo dentro: il bisogno di fare qualcosa per gli altri. La professione infermieristica mi ha permesso proprio di prendermi cura delle persone e di mettermi al loro servizio.

Quando è iniziata la tua esperienza missionaria?

Dopo alcuni anni di attività professionale presso l’Ospedale Universitario San Carlos di Madrid, ho avuto la possibilità di lavorare per qualche anno presso l’ONG Madre Selva, gestita dalle Figlie di Maria Ausiliatrice. Erano gli anni Novanta e in Spagna c’era un grande sviluppo dei gruppi di volontariato: alcuni legati alla religione, altri nati semplicemente dal desiderio di fare qualcosa per gli altri. Anch’io ho iniziato a entrare in contatto con l’ONG Madre Selva e ho partecipato a diversi progetti, soprattutto nell’ambito della salute, ma anche dell’educazione, perché questa è parte fondamentale della missione salesiana.

Quali Paesi hai conosciuto attraverso il volontariato?

Sono stata in Bolivia, in Perù, in Messico e, infine, in Venezuela, nello Stato dell’Amazzonia, precisamente nella comunità di La Esmeralda. Sono stati anni molto intensi. In Venezuela sono rimasta un anno e mezzo e quell’esperienza è stata davvero ricca: ho scoperto un altro modo di vivere, culture diverse e soprattutto ho iniziato a interrogarmi più profondamente sulla mia vita e sulla mia vocazione. A distanza di 27 anni posso affermare che le esperienze di volontariato giovanile sono tra quelle che maggiormente aiutano i giovani a scoprire la propria vocazione.

Durante quell’esperienza in Amazzonia è maturata la tua scelta di diventare FMA?

Sì. Durante questa esperienza di volontariato, mi interrogavo molto su quale sarebbe stata la mia missione, quale la mia scelta vocazionale. E poi è accaduto qualcosa che ha segnato la mia vita. Era il 13 maggio. Eravamo nella cappella: bambine, bambini, giovani, persone delle comunità indigene, suore e salesiani, riuniti per celebrare insieme la festa di Maín. Avevo davanti a me un’immagine della Vergine e le chiesi: «Maria, cosa vorrà Dio da me? Quale sarà la mia missione in questo mondo?» In quel preciso istante ho sentito nel cuore e nell’anima che Dio mi parlava: «Guarda bene, questo è ciò che voglio da te: che tu ti prenda cura di queste bambine, di questi bambini, di queste ragazze». Ho provato immediatamente paura, ma, nello stesso tempo, una grande felicità.

Come hai fatto a trasformare quella intuizione in una scelta concreta?

Ho parlato con le suore e con la mia famiglia e, poco a poco, ho iniziato a capire come avrei potuto vivere quella chiamata. Sentivo di essere chiamata a diventare una FMA missionaria. Ho parlato con l’Ispettrice di allora, suor María Gabriela Coelho, che mi ha aperto le porte dell’Ispettoria prima per la mia formazione e poi per quello che sarebbe stato il resto della mia vita. Ho professato i voti perpetui in Venezuela e, ormai, posso dire che il Venezuela è la mia nuova patria: lo porto profondamente nel cuore.

In questi 27 anni che servizi hai svolto?

Ho svolto diversi incarichi: nel coordinamento della pastorale, nell’équipe pastorale, nella casa di formazione e, negli ultimi sei anni, ho prestato il mio servizio come Vicaria ispettoriale. Ora, dopo questi sei anni, Dio mi chiede di compiere un ulteriore passo nella mia vocazione: nei prossimi sei anni la mia missione sarà quella di Ispettrice in Venezuela. È una responsabilità molto più grande e la accolgo come un nuovo passo nella mia risposta alla chiamata.

Che cosa significa essere missionaria in un Paese che sta vivendo una situazione così difficile?

Il Venezuela vive una crisi molto forte, una grave crisi sociopolitica che dura ormai da anni e che fa soffrire moltissime persone, soprattutto bambini e giovani. Circa 8 milioni di persone hanno lasciato il Paese. È una situazione triste e difficile, che ha aggravato ulteriormente la povertà. La situazione si è complicata ancora di più a causa del terremoto. Di fronte a tutto questo, mi sono interrogata nuovamente sulla mia scelta, sulla mia vocazione, sulla chiamata che avevo ricevuto.

E che cosa hai scoperto, tornando a quella chiamata originaria?

Mi sono resa conto che quella chiamata è ancora attuale, proprio come allora. Dio mi chiama ancora una volta a prendermi cura. Questa è la missione che Dio ha seminato dentro di me. Dio mi chiama a curare, a stare tra i più poveri, tra i bambini e i giovani che soffrono maggiormente. Per questo oggi sono felice di riaffermare ancora una volta quella chiamata che Dio mi ha rivolto e di viverla nel luogo in cui mi trovo.

Che cosa diresti oggi a un giovane che vorrebbe vivere un’esperienza di volontariato?

Sulla base della mia storia e di ciò che ho vissuto in prima persona, incoraggio i giovani a impegnarsi in esperienze di volontariato. Credo che siano tra le esperienze migliori per aiutare a chiarire la propria scelta vocazionale. Attraverso il volontariato possiamo scoprire e sperimentare con maggiore chiarezza la chiamata di Dio alla nostra missione. Per questo il mio appello è rivolto a tutti i giovani: vivete il volontariato come un’esperienza fondamentale di impegno verso Dio e verso gli altri. È un modo concreto per mettersi in gioco, per scoprire chi siamo e per far crescere insieme quel Regno che Dio ci ha donato.

Forse, la tua storia potrebbe riassumersi proprio in una parola: “prendersi cura”?

Sì. È una parola che accompagna tutta la mia storia: prima come infermiera, poi come volontaria, quindi come missionaria e oggi nel servizio che mi è stato affidato. Quella domanda che ho rivolto tanti anni fa a Maria continua ad avere una risposta: prenditi cura dei bambini, dei giovani e delle persone più povere. È questa la missione che Dio ha seminato nel mio cuore.

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