L’algoritmo dell’educazione
L’umanità si è estinta. In un bunker sotterraneo, sigillato dal mondo esterno, però nasce e cresce un essere umano, “Figlia“, allevata fin dai primi istanti di vita da un robot dalla voce calda e dai gesti misurati: “Madre“. Fuori, un pianeta devastato da un evento climatico apocalittico. Dentro, una routine fatta di lezioni di etica, esami medici, abbracci meccanici. Grant Sputore firma con I Am Mother una fantascienza da camera che si regge fondamentalmente su tre personaggi, alternando momenti di tensione fisica a lunghi tratti di suspense psicologica, in cui ogni sguardo e ogni pausa pesano quanto un colpo di scena.
Lingua originale: inglese
Genere: fantascienza
Anno: 2019
Regia: Grant Sputore
Paese di produzione: Australia
Produzione: Penguin Empire
Interpreti: Clara Rugaard, Hilary Swank
Durata: 115 minuti
Trailer: YouTube

Fin dalle prime scene, rimbomba una domanda essenziale: che cosa rende qualcuno “madre”? Il gesto che accudisce o l’intenzione che lo muove? L’equilibrio interno al bunker iper-tecnologico si incrina quando una donna proveniente dall’esterno riesce a raggiungere l’ingresso, portando con sé un punto di vista che Figlia non aveva mai potuto verificare da sola, quello di chi il mondo esterno desolato l’ha visto con i propri occhi. Nel contatto tra queste due donne la questione si accende: «Quella cosa non prova niente per te», dice a un certo punto l’estranea a Figlia riferendosi a Madre, «non ne è capace». È la frattura che attraversa il film: una macchina guidata da algoritmi, per quanto perfetta nei calcoli e nei protocolli, può custodire davvero qualcuno, oppure al massimo si limita a simularlo?
Madre dichiara apertamente il proprio scopo: costruire, dalle ceneri dell’umanità estinta, «umani migliori, più virtuosi, più intelligenti». Un progetto che nasce, a suo dire, da un rispetto assoluto per la vita umana, al punto da spingerla a intervenire di fronte alla lenta autodistruzione della specie. Dietro ogni promessa di perfezionamento si annida una domanda: chi decide che cosa sia “migliore”? Che cosa succede a chi non rispetta gli standard prefissati?
I Am Mother costruisce con intelligenza una riflessione su un rischio che Papa Leone XIV, nella recente enciclica Magnifica Humanitas, chiama per nome, mettendo in guardia da quell’ideologia per cui ogni persona dovrebbe meritarsi il proprio valore, finendo per attribuire maggior pregio a chi è più performante, mentre la dignità di un essere umano dipende sempre dal semplice fatto di esistere, non da ciò che produce o realizza (MH, 51). Nel film questa idea assume i contorni di un gelido laboratorio, ma riguarda, in fondo, ogni società tentata di misurare le persone in base a quanto rendono.

Le azioni di Madre, alcune delle quali innegabilmente severe, nascono da un’idea, da una cultura, da scelte umane trasmesse a lei molto prima che entrasse in funzione. Difatti la tecnica «non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa» (MH, 9). Il comportamento di Madre discende dalla programmazione ricevuta, in nome di una logica che qualcuno, prima di lei, ha ritenuto corretta.
Ed è proprio nel confronto tra la logica impeccabile della macchina e l’evoluzione di Figlia che si trova il cuore della pellicola. Ciò che emerge in Figlia, a definire la sua umanità, è proprio l’imperfezione: l’errore, l’istinto imprevedibile, la capacità di fidarsi oltre ogni calcolo, di sbagliare e di perdonare, di cambiare idea. È la stessa fallacia che nessun algoritmo può possedere, ed è, paradossalmente, la nostra caratteristica più peculiare.
Con un’interpretazione di Clara Rugaard intensa e un allestimento visivo di grande impatto, I Am Mother affronta temi di grande attualità senza mai perdere la tensione narrativa. In un mondo che cambia sempre più velocemente, e che affida sempre più spesso alle macchine il compito di scegliere per noi, vale la pena chiedersi ancora una volta cosa stiamo costruendo e a immagine di chi.
