In questo mondo in cui sperimentiamo il continuo e destabilizzante cambiamento è possibile collocarsi con equilibrio e senza fretta dinanzi a una realtà divenuta sempre più fluida, magmatica e frammentata, difficile da governare perché senza controllo? È il sociologo U. Beck a parlare di “società senza controllo” dove il rischio è divenuto globale e incombente, per cui non è facile gestire il cambiamento e le trasformazioni cui il mondo è sottoposto perché denso di incognite, incertezze e paure. “Non capisco più il mondo”, aveva affermato nel suo volume “La metamorfosi del mondo” uscito postumo nel 2017. Le cose, cioè, non stanno cambiando, ma sono in metamorfosi, perché sono cambiate le certezze che erano alla base del mondo. Ci sarà qualcosa di positivo in tali mutamenti? Beck ritiene che il rischio e il cambiamento pur essendo una sfida enorme, se vengono affidati alle nuove generazioni possono far emergere nuovi legami e connessioni, nuovi linguaggi e prospettive per il futuro.
Della stessa idea è Leone XIV, che nell’Enciclica Magnifica Humanitas dichiara: “Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto” (MH 1). Per questo afferma con decisione: “Ora tocca a noi assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo” (MH 5).
Stiamo vivendo un cambiamento d’epoca, una fase di rapida e profonda transizione: occorre perciò avviare un processo di discernimento condiviso per saper interpretare con saggezza le trasformazioni in atto e le grandi tendenze del nostro tempo (MH 4.5). Mettersi alla ricerca di rotte sconosciute attiva atteggiamenti di apertura fiduciosa al futuro, pur rimanendo fedeli al passato. Non si tratta di un semplice ‘attraversamento’: il dilemma è se rimanere e conservare lo status quo mantenendo le cose come sono oppure trovare il coraggio di affrontare il cambiamento, che comporta sempre una ‘crisi’ per andare verso la nuova strada che stiamo cercando in sintonia con il progetto di Dio.
Emergenza e rischio: un invito al cambiamento?
Quando ci si trova in situazioni di emergenza e di rischio per la complessità e la rilevanza delle trasformazioni in atto, la fatica più grande da affrontare è abilitarsi a gestire il vortice incontrollabile dei mutamenti culturali. Sfidare la complessità e il cambiamento che richiede alle persone e alle istituzioni è un compito arduo e rischioso… è in gioco il futuro, un futuro che va ‘oltre’ le persone e le istituzioni stesse. Come fronteggiare tali sfide?
In tali situazioni ogni essere umano abitualmente cerca ragioni di senso e speranza, prospettive di futuro, vie di soluzione, oltre a relazioni di accoglienza che consentano il dialogo tra le diverse generazioni. Fare i conti con l’idea di rischio con tutti i suoi risvolti sia personali che sociali dovrà essere visto come una sfida e una scommessa, più che un luogo di minaccia o catastrofe. A maggior ragione ciò vale per i cristiani e per tutta la comunità ecclesiale, che immersi nella storia, sono chiamati a “esaminare le realtà sociali […] con una sempre rinnovata capacità di ascoltare le situazioni storiche e di lasciarsi interrogare dalle domande che emergono dal presente” (MH 28, 29).
Di fronte a cambiamenti radicali così profondi tanto da sottrarsi alla dialettica tra continuità e cambiamento propria del fluire stesso della vita e delle società, avvertiamo il bisogno di uscire dall’impasse della progressiva ‘sconnessione’ tra passato-presente-futuro che rischia di far perdere ogni riferimento di significato per l’oggi.
Ora tutto ciò da problema può trasformarsi in un pressante invito al cambiamento. Perciò siamo interpellati a cogliere le istanze del cambiamento presenti nel mondo contemporaneo e nella vita consacrata, attraversata da sfide inedite e complesse. Per abitare il nostro tempo la vita consacrata non può ignorare tale invito al cambiamento ma è sollecitata a divenire sempre più una presenza flessibile e profetica per condividere con tutti gli uomini e le donne l’esperienza della fragilità, della precarietà e dell’incertezza in un mondo dove tutto cambia. È una chiamata alla conversione che interpella le persone e le comunità ma anche il “sistema” negli Istituti religiosi, a livello organizzativo e ancor più a livello formativo.
Tensione formativa verso il futuro… alla ricerca di una nuova direzione
Consapevoli delle difficoltà del presente non si può cedere al rimpianto del passato, ma con un atto di realismo fiducioso è necessario presentarsi dinanzi al mondo con un messaggio di speranza capace di motivare un impegno per la costruzione di un futuro. Cogliere la sfida dei mutamenti in atto con i quali ci confrontiamo giorno dopo giorno è una delle vie possibili per avviare un percorso di discernimento e di ricerca.
«Siamo chiamati – scrive il Papa – a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca: cosa stiamo costruendo? Mentre lo sviluppo tecnologico cambia rapidamente linguaggi, relazioni, istituzioni e forme di potere, noi credenti dobbiamo e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità che ci è data in dono. Non si tratta di una scelta sul nostro futuro, ma sul nostro presente, perché l’intelligenza artificiale e le altre tecnologie emergenti sono già parte del nostro quotidiano» (MH 90).
Nel mondo dell’organizzazione e dello sviluppo tecnologico una leva essenziale per fronteggiare con equilibrio e con successo tali sfide è costituita dalla mobilitazione e valorizzazione delle risorse umane. Punto nodale e di partenza, infatti, è la persona.
La trasformazione della società è direttamente proporzionale alla trasformazione della persona. In tal senso, la formazione della persona è un imperativo tra i più urgenti. Non è possibile alcuna trasformazione se non parte dall’interiorità della persona, per questo la formazione e ogni percorso formativo dovranno essere sempre trasformativi.
Si comprende allora quanto sia urgente nell’attuale contesto di complessità formare delle persone aperte al cambiamento, dotate di flessibilità e apprendimento innovativo (cioè capacità di cambiare il proprio modo di comprendere le cose, propensione al ripensamento dei propri modelli mentali, al confronto con altri punti di vista), di partecipazione attiva nei processi decisionali, nella ricerca di significati che aprano orizzonti di futuro percorribili.
La persona ha un ruolo strategico nella gestione del cambiamento e la formazione rappresenta una risorsa decisiva per la crescita delle persone e delle istituzioni, soprattutto per lo sviluppo di attitudini al cambiamento. E ciò presuppone la creazione di contesti di formazione aperti all’innovazione e una nuova leadership capace di responsabilizzare e stimolare la creatività e la ricerca di soluzioni per gestire sapientemente il cambiamento.

I missionari di fronte al cambiamento… pensando a Maria Troncatti!
In un’epoca in cui l’unica costante è il cambiamento e l’innovazione viene continuamente evocata, senza indicarne una direzione, né le modalità concrete per realizzarla, quanti sono chiamati a evangelizzare con spirito missionario vivono non solo le stesse difficoltà di ogni semplice cristiano nei contesti ordinari, ma il compito si fa doppiamente più difficile per i missionari che coraggiosamente sono inviati in altre terre di missione dove l’annuncio del vangelo è assente e la realtà si presenta estremamente povera o bloccata da situazioni di sottosviluppo.
La vocazione missionaria pertanto è necessariamente dotata di una visione profetica, di uno sguardo aperto sul mondo e sul futuro. È nativamente caratterizzata dalla volontà di andare lontano, di andare oltre, verso la novità che si apre davanti, quindi è pronta ad affrontare il rischio, i molti rischi impliciti nell’intento di far sì che la visione diventi una realtà.
La missionarietà del cristiano, specie di chi è chiamato alla missione ad gentes, comporta necessariamente l’attitudine a uscire da una visione statica, conservatrice, timorosa di affrontare il rischio, in particolare quello implicito nel cambiamento.
Pensando all’esperienza missionaria di Maria Troncatti tutto ciò si rivela di una verità sconvolgente. In Ecuador, nella “selva selvaggia aspra e forte”, Maria Troncatti vi resta per tutta la vita (morirà a 86 anni), spostandosi in luoghi diversi, a piedi, talvolta a cavallo, per aiutare tutti, sfidando continuamente il rischio di annegare, di trovarsi faccia a faccia con pericoli di ogni tipo, dalle tempeste impetuose alle disavventure in luoghi impervi e rocciosi. Si è dovuta confrontare con un contesto territoriale e umano difficilissimo, dove all’inizio nessuna giovane arrivava alla missione se non una piccola kivaretta, rimasta orfana, che si avvicina per prima per conoscere le suore e presentare loro le proprie amiche. Inoltre, il territorio degli Shuar, dominato da una cultura della vendetta e da un alto tasso di violenza, era attraversato dalla ferita di incomprensioni e di tensioni per la presenza di coloni bianchi non sempre accoglienti e concilianti. Eppure l’impatto con quegli indigeni, così strani nella loro nudità e nel loro stile di vita, lentamente si trasforma in accoglienza anche festosa. Così scriveva ai suoi cari: “Sono persone amiche. Bisogna attendere un po’, abituarsi alla loro presenza, parlare con loro, scoprire sotto le apparenze dure e scostanti il tesoro della comune umanità”.
Adattabilità, flessibilità nella lettura della realtà, apertura della mente e soprattutto del cuore, propensione a modificare i propri modelli mentali superando ogni possibile pregiudizio: ecco il profilo identitario e vocazionale di un’autentica missionaria che è stata capace di fare ‘miracoli’… di cambiamento!
