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Sabato, 23 Dicembre 2023 21:33

Vocazione alla comunione: resilienza o fedeltà?

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Cosa è la sinodalità se non il camminare insieme del popolo di Dio? È questo l’orizzonte che il Papa vede per la Chiesa la quale non può essere che sinodale. È questo il cammino che Dio si aspetta da lei nell’attuale e difficile transizione epocale. La sinodalità è “figlia della comunione” che costituisce la vocazione fondamentale della Chiesa. Per vocazione «siamo chiamati a essere custodi gli uni degli altri, a costruire legami di concordia e di condivisione, a curare le ferite del creato perché non venga distrutta la sua bellezza. Insomma a diventare un’unica famiglia nella meravigliosa casa comune del creato, nell’armonica varietà dei suoi elementi» (Messaggio per la 59° Giornata Mondiale delle Vocazioni).
Mai come ora la chiamata alla comunione è divenuta una tra le aspirazioni e le inquietudini di ogni uomo e donna, che però incontra notevoli resistenze al cambiamento.

In un mondo doppiamente ferito, nel suo ecosistema e nelle sue interazioni, sia a livello di ambiente, sia a livello di persone, di popoli e nazioni, di comunità e gruppi, il camminare insieme in comunione e fraternità rappresenta l’antidoto che può fermare il caos, la frammentazione e la dispersione globale che respiriamo.
La vocazione alla comunione, così necessaria oggi, ha bisogno di persone e di comunità fortemente motivate e dotate di una buona resilienza di fronte alle difficoltà o ai conflitti, capaci di affrontare il cambiamento e di superare ogni resistenza a mettersi in discussione, a dialogare con l’altro e con ogni realtà che si oppone alle proprie visuali talvolta miopi e riduttive. Ma ciò è sufficiente? Basta la resilienza o ci vuole una più profonda conversione interiore motivata dall’esigenza di fedeltà vocazionale?
 
Una comunione tra crisi e necessità
Come attuare questo compito? Come dare risposta alle domande profonde di comunione presenti nel contesto odierno attraversato da trasformazioni culturali che hanno toccato la totalità della vita e delle relazioni negli ambiti più delicati e significativi dell’esistenza (famiglia, amicizia, affettività e sessualità, rapporti interpersonali e interazioni tra generazioni, tra popoli e culture)?
Oggi più che mai, siamo chiamati a prenderci cura delle condizioni che permettono di realizzare la vocazione alla comunione e di incamminarci più decisamente verso un nuovo modo di vivere e di rapportarci con gli altri, con la realtà e con Dio.
La vocazione alla comunione, prima di essere espressione dell’incontro con Cristo nella fede, è una chiamata a vivere in maniera autentica l’esistenza, perché «la vita sussiste dove c’è legame, comunione, fratellanza» (EG 87). È convinzione comune che i beni relazionali, come l’amicizia, la fiducia, la cooperazione e la solidarietà, la reciprocità, l’appartenenza e la coesione sociale, la pace e la riconciliazione, costituiscano il segreto della felicità, segno di un’esistenza pienamente realizzata. Promuovere tali beni attraverso l’educazione, la formazione e l’impegno di crescita personale, permette di guardare all’avvenire con fiducia, di allargare lo sguardo più lontano e di proiettarlo oltre i conflitti, le miserie, l’indifferenza e la stanchezza, oltre le crisi derivanti dal disorientamento e dal disagio sociale in cui l’umanità è immersa. 
Sapremo costruire relazioni capaci di incarnare le istanze profonde di tali beni, capaci di intravedere evoluzioni possibili nelle storie delle persone con cui viviamo insieme, nel territorio in cui abitiamo, nelle istituzioni o gruppi con i quali interagiamo?
Lasciarsi interrogare da questo sguardo relazionale è un compito ineludibile di ogni essere umano, ancora più per il cristiano che per sua natura è chiamato a vivere la dimensione trinitaria nel suo rapporto con gli altri e con Dio per essere segno e strumento di unione con Dio e di unità del genere umano. Ciò diventa possibile quando è la dinamica trinitaria ad animare le relazioni e la fraternità nella Chiesa e nell’intera famiglia umana.
Ben l’ha colto Bonhoeffer che nel suo libro La vita comune (1969) scrive: «Nel dissolversi delle nebbie mattutine del sogno, irrompe il giorno chiaro della comunione cristiana. La fraternità cristiana non è un ideale che noi dobbiamo realizzare, ma una realtà creata da Dio in Cristo, a cui ci è dato di poter partecipare». Questa totale partecipazione alla vita, questo profondo inserirsi nella realtà concreta vivendo la comunione è il segno genuino di una vita di fede concreta e operosa. Ma bisogna riconoscere che sono tante le resistenze che impediscono tutto ciò. Di fatto, parole come solidarietà, cooperazione, incontro, comunione, sinodalità in una cultura dominata dall’individualismo globalizzato e dall’indifferenza risuonano piuttosto inusuali, utopiche e surreali. Si tratta di parole che si sono logorate lungo il tempo nel tentativo di semplificarle o renderle più accettabili, riducendole a comportamenti spesso solo formali o troppo ancorati a logiche di efficienza operativa.
Non sarebbe opportuno richiamare con vigore il dovere di riflettere, di guardare più in profondità la realtà, con saggezza e discernimento e riproporla in termini di comunità, cioè in una prospettiva di costruzione d’insieme e in un orizzonte relazionale?
 
Una comunione da costruire in un orizzonte relazionale
Nel mondo dell’insicurezza globale ritorna con forza il bisogno di comunità e di comunione contro l’angoscia della solitudine e le false promesse dell’individualismo.
Questa “voglia di comunità” – titolo di uno dei più significativi libri di Bauman – è una delle questioni centrali della contemporaneità: cioè l’assenza della comunità sempre più avvertita e sofferta in una società individualistica e atomizzata che deve affrontare sfide enormi e che paradossalmente potrà risolvere solo collettivamente, o meglio comunitariamente. 
«La comunità ci manca, perché ci manca la sicurezza, elemento fondamentale per una vita felice, ma che il mondo di oggi è sempre meno in grado di offrirci e sempre più riluttante a promettere» (Bauman 2008). 
In un’epoca di reti, di interconnessioni e interdipendenze, la comunicazione umana non sembra aver raggiunto sviluppi e traguardi interpersonali soddisfacenti, portatori di sicurezza. Come scrive Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, «sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la ’mistica’ del vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (EG 188).
 
Non basta la resilienza, ci vuole la conversione… per un cammino di fedeltà
Nella concretezza della nostra esperienza constatiamo tutta la difficoltà a vincere le resistenze interiori ed esteriori a vivere la comunione. Facciamo fatica a riconoscere e accettare che abbiamo bisogno della relazione con gli altri, per crescere, per realizzare la nostra identità vocazionale di cristiani e di consacrati. Il difficile equilibrio tra relazione e legame, tra libertà e vincolo implicito in ogni relazione interpersonale, sembra paradossale ma è ciò caratterizza l’esistenza di ogni essere umano. La contrapposizione tra l’essere liberi e l’essere vincolati è solo apparente e si può superare proprio attraverso la liberazione dall’individualismo e un’educazione costante a uscire da se stessi per aprirsi alla realtà e alla comunione nella fraternità e nella condivisione.
La comunità ecclesiale, chiamata a essere la visibilizzazione della comunione che fonda la Chiesa, è continuamente sollecitata a lasciarsi interpellare dal dono di Dio, dalla presenza del Risorto, così come è accaduto nel cenacolo. Ciò avviene «grazie all’amore reciproco di quanti compongono la comunità, un amore alimentato dalla Parola e dall’Eucaristia» (VC 42), diventando così luogo dell’amore, nella consapevolezza che si tratta di un dono ma anche di un impegno per costruirla quotidianamente.
Perché vivere e camminare insieme? La vita comunitaria non è un’esperienza, un’avventura o un tentativo per vedere se ha successo o meno; è un luogo di iniziazione in cui ciascuno gioca la propria vita, è un disporsi consegnare se stessi nella libertà dell’amore. La comunione non è il risultato di uno sforzo ascetico anche se particolarmente generoso, ma l’offerta del Signore a condividere la Sua passione per la salvezza del mondo. È qualcosa che non si realizza mai in pienezza, se non attraverso l’impegno e la lotta di ogni giorno, continuamente implorata dallo Spirito come dono mediante la preghiera. 
La paziente costruzione della comunione attinge la sua forza e la sua fedeltà nella dimensione misterica e teologale della vocazione cristiana. Si tratta di vivere di più la figliolanza e la fraternità, di accrescere la stima reciproca valorizzando la ricchezza di ciascuno, di credere che il Risorto può operare meraviglie anche attraverso le nostre ferite e fragilità, come ci ricorda il Papa nella Laudate Deum.
È necessario quindi un vero cammino di liberazione interiore che esige la fatica delle lunghe maturazioni, nelle virtù umane e nelle esigenze evangeliche.
L’itinerario di conversione, oltre la resilienza, comporta una seria volontà di cambiamento concretamente realizzato mediante dei percorsi di formazione mirati a
  • curare il recupero delle motivazioni profonde: quale la direzione, quale il senso e lo scopo all’origine di ogni scelta o decisione? 
  • imparare a risanare le relazioni, a rinascere nelle relazioni e mediante le relazioni
  • reinventare la prossimità e la reciprocità
  • uscire da schemi individualistici e autocentrati
  • educarsi ed educare a cambiare e a generare.
Per vivere la vocazione alla comunione come esigenza di fedeltà accogliamo l’invito di S. Teresa d’Avila che così scriveva alle sue sorelle: “Mostrate la fecondità di un cuore innamorato” e “non smettete di camminare insieme gioiose”!
Pina Del Core, FMA
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